Un pubblico femminile per la scienza. La chimica per le donee di compagnoni

Nella prefazione A chi legge, l’abate Giuseppe Compagnoni riassume le linee guida del suo progetto per la divulgazione della «nuova Chimica», scienza, a suo dire, intesa esclusivamente come tema di confronto dei «colti uomini», ma di fatto non ancora accessibile a tutti:
Ad onta però di molte opere, che trattano di questa scienza, e ad onta dei moltiplicati contrasti insorti fra dotti per promuoverla, o per combatterla, non è ancora uscito un libro, che io sappia, il quale presenti gli elementi di questa nuova scienza con ordine tanto semplice e chiaro, che sia atto ad erudire i curiosi senza quel complicato corredo, che a chi di proposito non si consacra ad una facoltà, suole ordinariamente metter ribrezzo, o crear noia e fastidio. (Compagnoni 1797: V)
Sulla scia di una lunga tradizione, che ha nei salons dell’âge classique francese la sua origine,(1) i ceti più elevati della società settecentesca si rendono ben conto che persino la scienza deve far parte del loro bagaglio culturale, a patto che l’applicazione alle branche dell’indagine naturale non generi «ribrezzo» o «noia». La scienza come argomento di conversazione dilettevole, dunque – addirittura civettuola, se si considera che i fulcri del tipo di cenacolo culturale sopra richiamato erano generalmente le dame.(2) È Compagnoni stesso a fornire, nella sua autobiografia, uno schizzo delle riunioni in società nel tardo Settecento, a proposito dell’apertura a Milano di un «circolo patriottico altrimenti detto Club ove ogni razza di ignoranti di presuntuosi e di frenetici avea libertà di parlare e lasciavansi cicalare anche le donne» (Compagnoni 1825: pp. 285-286) – una considerazione che non manca di stupire, se formulata da chi aveva sostenuto in precedenza che «le donne sono per gli uomini una gran molla. Le donne, compagne della vita, e partecipi dei nostri mali, e de’ beni nostri, meritano d’essere associate a noi nell’opera grande della nostra rigenerazione politica» (Compagnoni 1798: 72; Medri 1993: 103).
Con termini che sembrano richiamare la tradizione rinascimentale della «sprezzatura», della conversazione densa ma capace di conservare la piacevolezza, Compagnoni sostiene di aver voluto pubblicare un «privato carteggio ad una coltissima dama mia amica», la Contessa Marianna Rossi Gnudi, carteggio composto da lettere «comunque sterili affatto di grazie, e dettate senza scelta di momento» in cui «può nondimeno trovar ciascheduno tutta ordita la tela delle chimiche cognizioni ascese oggi a tanta celebrità.» L’impresa si tinge di caratteri filantropici, poiché Compagnoni dice di aver «già uditi molti desiderar con ardore un tale soccorso, onde procacciarsi una netta idea della nuova scienza», la cui comprensione è resa più ardua dall’ignoranza della nomenclatura che le è propria: della chimica «non si può né intendere né dir nulla, se non si ha prima appreso il vocabolario, di cui essa fa uso». (Compagnoni 1797: VI) È interessante rilevare che Compagnoni si riferisca al mezzo epistolare con lo stesso spirito galileiano che aveva trasformato la lettera personale, intesa come colloquio di un as­sente con un assente, come «economia riservata» (Quondam 1981: 81), in mezzo pri­vilegiato per tenere unita la comunità scientifica.(3) L’autore sostiene di aver inizialmente concepito il progetto nei canoni di un altro genere dalla forte impronta galileiana quale il dialogo: «mi pareva il dialogo assai più acconcio d’ogni altro modo per rendere facili e piane le scabrose materie filosofiche», ma la «furia» della Contessa di ricevere queste lezioni, oltre a suoi personali affanni che gli hanno impedito di tenere un «avviamento vivace e leggero», lo hanno indotto a «trattare in lettere la Chimica per le donne, fors’anche non lontano dal credere che più facilmente e voi, e molte altre vi apprestereste a leggere l’intero libro, ove sia, dirò così, in brevi parti spezzato» (Compagnoni 1797: 14-15).(4)
L’autore si proclama ben consapevole che la sua opera non basti a formare un chimico, tuttavia è convinto che elucidi «l’oggetto e l’andatura della nuova Chimica» e renda possibile «intendere qualunque più profonda opera che ne tratti, e fors’anche per giudicare la calda quistione, che le due sette de’ Chimici, vecchi e moderni, vanno violentemente agitando tuttavia fra loro» (Compagnoni 1797: VII) – riprendendo l’ormai topica «querelle des anciens et des modernes» e reinvestendola di nuovi significati, non solo in ambito strettamente scientifico, ma anche politico (Battistini 1998: 17). Compagnoni ricusa qualsiasi merito scientifico, attribuendosi appena di «aver conceputo pel primo il pensiero di dare ai miei concittadini un corso di questa scienza adattato all’indole di ogni classe di persone», e ringraziando, invece, l’amico Vincenzo Dandolo, la cui «egregia Opera», i Fondamenti della scienza fisico-chimica (1795), gli ha «somministrato l’argomento per questo lavoro» e la cui «sofferenza e cortesia» lo hanno «ad ogni passo sostenuto e diretto» (Compagnoni 1797: XIII) – al punto che alcuni studiosi hanno messo in dubbio la paternità della Chimica.(5)
Confrontando il tono della più frivola lettera dedicatoria a Madama Richelmi Stuardi, signora di Robasume, con la prefazione A chi legge, verrebbe fatto di pensare che la seconda sia dedicata davvero a un pubblico composto, con terminologia post-rivoluzionaria, di «concittadini». La prima, di contro, ha per esclusivo referente una nobildonna adusa all’«esercizio della virtù, e amore de’ buoni studj», che i discorsi degli amici hanno resa curiosa di approfondire la chimica, tanto da chiedergli di procedere alla stesura di un’opera didascalica, poiché la chimica «essendo nuova, a donna per naturale indole del sesso non mai indifferente a novità, in singolar modo appartiene», (Compagnoni 1797: s. p.). Una simile affermazione dà credito, di fatto, allo stereotipo secondo cui non è possibile che una donna rimanga insensibile a una novità, pur se non le compete o non ha i mezzi per interpretarla: ecco dunque che l’uomo – competente e versato in tutto specificamente in quanto uomo; ed è noto che Compagnoni fosse cattedratico di diritto costituzionale e non di chimica – «si adopri con pazienza a spiegarle in modo piano e per via epistolare i principi della chimica, fondandosi sui testi di Lavoisier» (Pulidori 2004).(6) Non per nulla, l’esergo dell’opera è di Ovidio e recita «parva leves capiunt animos», a significare che per le donne, animi semplici e incapaci di prolungata concentrazione, bisogna spezzettare il pane della scienza. In conseguenza, è frequente rinvenire, spesso in conclusione delle singole epistole, espressioni quali: «ho voluto risparmiarvi una pena che vi avrebbe giovato poco», ossia l’enumerazione degli acidi, «ancorché aveste avuto la virtù di sostenerla coraggiosamente» (Compagnoni 1797: 139); o ancora, a proposito Del mare. Sua storia fisica, «Io dovea parlarvi di Chimica, e mi sono trattenuto in un argomento di pura Fisica; nel quale, o Contessa, ho anche forse oltrepassati i limiti di quella giusta brevità che si deve tenere scrivendo ad una dama» (Compagnoni 1797: 29 II tomo). Sebbene Compagnoni voglia iscriversi nella tradizione che ha nell’Algarotti del Newtonianesimo per le dame (1737) il suo campione italiano – tanto che il conte veneziano viene ripetutamente citato nella Chimica come divulgatore delle teorie della fisica newtoniana, oltre che come nume tutelare della sua propria opera(7) –, emerge una distanza non trascurabile tra Algarotti e Compagnoni: la traccia della Rivoluzione francese, che conduce precisamente allo spostamento da «valentuomini» a «concittadini», e quindi da «dame» a «donne»: dunque, una più larga fascia di utenza possibile, basata sulla ‘sola’ discriminante del sesso, non anche sul ceto – almeno utopicamente.
Con una specie di esorcismo, è stato rilevato, nel Settecento «gli uomini non fanno che parlare di loro, delle donne, oggetto e soggetto di una quantità indicibile di trattati pseudo-scientifici», in cui «spesso circola una logica ambigua e a volte paradossale: la presenza delle donne viene legittimata e insieme negata, riconosciuta e insieme distanziata», per cui «celebrare l’intelligenza di una donna non è nient’altro che un omaggio galante» (Perini 2003). Si potrebbe porre mente alla precisazione contenuta nella lettera dedicatoria della Chimica per le donne: l’amicizia delle due nobildonne per cui scrive l’opera gli è cara «tanto più che n’è la sola reciproca stima la base» – precisazione che l’autore non si sente tenuto a fare, nelle pagine successive, quando riferisce del costante e paziente intervento di Dandolo.
Si legga l’incipit della prima lettera, che appare quasi un tentativo, benché incanalato negli stilemi della galanteria del bel mondo, di ritardare e contrastare la stesura dell’opera:
Volete dunque, signora Contessa, che io vi parli di Chimica! e qual bisogno n’avete voi? In Chimica voi altre donne siete maestre eccellenti. Imperciocchè se avviene mai, che preso da’ vostri vezzi vi capiti sotto le mani un qualche sciagurato, voi vel mettete in alambicco sì bene, in tante fogge vel manipolate voi, che in brevissimo tempo noi lo veggiamo trasformato affatto […] . (Compagnoni 1797: 1)
Subito dopo, mimando un dialogo, Compagnoni rappresenta la Contessa vezzosamente imbronciata per non esser stata creduta: «Ma voi prendete l’affare sul serio.» La motivazione dell’insistenza per apprendere i rudimenti di questa nuova scienza è riportata al solo ambito possibile d’interesse femminile: «Voi mi scrivete, che essendo la Chimica divenuta ormai la scienza di moda, credete d’essere in diritto d’apprenderla anche voi. Anzi dichiarate altamente, che fissa in questo proposito ne fate causa comune con tutto il vostro sesso.» Seguendo la sconcertante equazione secondo cui, se la chimica è di moda e le donne non s’intendono che di vestiario, di pettinature, di «divertimenti di moda», allora le donne devono saper di chimica, obiettivo della Contessa è applicare «la moda allo studio: si cesserà finalmente di riguardare la moda come l’ottavo dei vizj capitali.» Compagnoni non si oppone al desiderio – di fatto rappresentato come più simile a un capriccio – della Contessa: rischierebbe di sentirsi «incivile, indiscreto; forse anche ingiusto.» (Compagnoni 1797: 1-2) Tuttavia, egli non può non precisare che «i principj della Chimica, siccome i principj d’ogni altra scienza qualunque, hanno una cert’aria alquanto secca e difficile, la quale mal s’affà all’indole molle e intollerante delle donne. Voi altre siete fatte così: vorreste saper tutto ad un tratto» (Compagnoni 1797: 3-4) – parafrasando Algarotti, secondo cui il gentil sesso «ama più tosto di sentire che di sapere».
Il testo è costellato di strizzate d’occhio al pubblico maschile: si pensi alla seconda lettera, in cui Compagnoni ripercorre la storia della chimica.(8) Volendo sottolineare quanto l’alchimia fosse stimata nell’antichità, al punto che i demoni innamorati di donne mortali confidavano loro i principi della chimica per sedurle, l’autore commenta: «Vedete, Contessa, com’erano studiose le antichissime donne, e come amavano la Chimica!» E aggiunge: «In quanto a me dirovvi solamente, che mi pare che que’ demonj non fossero furbi se non per metà. Come potevano essi mai credere che le donne di que’ tempi si contentassero di semplici ricette? Oh! io non farò mai un simile torto né alle antiche donne, né alle moderne» (Compagnoni 1797: 8). Le donne sono tutte, potenzialmente, Medea e si illudono quegli uomini che credono di poterle gestire, una volta confidati loro i segreti dell’arte. O ancora, spiegando, nella lettera XXXVII, i principi della respirazione e i suoi effetti, Compagnoni associa il bisogno degli alimenti alla misura della respirazione e chiede alla contessa di «farsi giudice» su un «bizzarro pensiero» che egli malizioso ne deduce:
Non sarebbe egli possibile, o Contessa, scoprire anche dal più mangiar che novellamente faccia una giovine donna, un secreto amore da cui sia presa, e ch’essa con tutta l’accortezza del sesso cerchi di nascondere agli occhi severi della sua famiglia? Ma ben vi prego, che di questo non parliate a nessuno. Non vorrei che per cagion mia donna alcuna o molto, o poco avesse mai a dolersi. Tanto amo io le donne! (Compagnoni 1797: 242-243)
Questo passo testimonia della convinzione secondo cui le donne sono esseri sensuali, «per natura portate a cercare il piacere, perciò sono così facilmente frivole; pertanto vanno trattenute e sorvegliate» in ogni situazione che preveda un contatto con gli altri (Pancera 1999): quindi, estremamente riprovevole è il solo sospetto che una ragazza in età da marito possa aver concepito un affetto non contemplato dalla famiglia.(9) Tuttavia Compagnoni, abate «anticlericale», è disposto a riconoscere alle donne una parità di diritti civili e di affetti: parlando del matrimonio indissolubile come di «uno degli istituti giuridici più dannosi alla società» (Mereu 1998: 8), egli propone, nell’Epicarmo, che le donne siano lasciate libere di scegliere, affinché possano diventare «amanti senza paura, spose con tenerezza, madri degne di una nazione che le rispetta» e sostiene di sdegnarsi
quando in tutta la storia della società ascolto sempre parlarsi degli uomini; dei loro diritti e bisogni, e mai delle donne. Non pensi tu qualche volta che nella causale unione che si è formata una parte della specie umana abbia fatto torto all’altra, e che i maschi abusando della forza muscolare hanno oppresso le donne? (Compagnoni 1797: 27)
L’operazione di Compagnoni, ma di altri intellettuali con lui e prima di lui, è stata letta come «una linea culturale elaborata da uomini e truccata da aiuto per un’indispensabile emancipazione delle donne, che fa gridare alla svolta e in realtà toglie, calpesta, umilia. L’idea che le donne fossero del tutto impermeabili alla forza della ragione era ancora così forte e radicata nel XVIII secolo che a loro ci si rivolge per exempla, come si fa con i bambini» (Perini 2003; cfr anche Guerci 1988: 238-239). Così si giustifica l’illustrazione dell’esperimento per verificare le proprietà del calorico:
Stendete sulla neve alquante strisce di panno di eguale grandezza e della medesima qualità, ma ciascheduna di color differente. Voi vedrete che dopo un discreto tempo codeste strisce non conservano più l’istesso livello alla superficie della neve. La striscia nera si sarà profondata in essa più delle altre; la bianca avrà la prima sua situazione; quelle di diversi colori presenteranno un profondamento graduato tra il bianco e il nero. Oh! Domanderete voi: che vuol egli dir questo? Null’altro, se non che questi corpi colorati hanno per la luce una maggiore, o minore affinità, secondo che sono più colorati, o meno. (Compagnoni 1797: 36-37)
A tale esperimento, Compagnoni fa seguire il consiglio, «dal vago sapore surreale» (Cristiani 1993: 166), di vestirsi di nero durante l’inverno e di bianco in estate, cosicché, «fissando il gusto di tutte codeste cose a norma dell’utile, diate voi l’esempio di quanto può una leggiadra e spiritosa donna, quando applica i lumi della mente a ciò che serve ai comodi della vita. Io voglio darvi tempo di meditare su questo punto di necessaria riforma.» (Compagnoni 1797: 37) L’insegnamento della chimica si traduce, così, in una serie di consigli pratici che rendano, con più immediatezza di qualsiasi peana, l’utilità delle cognizioni impartite. Per questo, Compagnoni presenta alla Contessa gli effetti negativi del «gas acido carbonico», che è «il principio dell’insalubrità dell’aria, e il veleno che lentamente ci ammazza», quando capiti di causarne un’alta concentrazione per esempio «in un teatro pienissimo di lumi e di uomini, ove l’espirato gas acido carbonico signoreggia prepotentemente, siccome al primo entrare in platea, o in palchetto pur ci accorgiamo», oppure «in sale di ballo, o in camere di frequentissima conversazione, e di apparato magnifico, ove dirsi potrebbe, che volendosi con le splendide illuminazioni porre in fuga la notte, quella s’accelera imprudentemente, che sarà eterna per noi.» Bisognerebbe, piuttosto, imitare gli Antichi, che «non erano nemici dell’aria esterna» e non possedevano luoghi di ritrovo simili a «quelle gabbie meschine che con tanta improprietà di vocabolo si chiamano teatri da noi.» D’altro canto, bisogna diffidare dei medici che consigliano di tenere un infermo chiuso in una stanza: «un ammalato versa almeno ventimila pollici cubici di gas acido carbonico ogni giorno. Impregnatene l’aria circostante, e fate poi ch’egli continui a respirarla. Il solo regime tanto barbaro lo torrà di vita, o al certo aggraverà mortalmente il suo stato, senza che abbia a far nulla il morbo stesso, da cui è afflitto.» E Compagnoni conclude nuovamente: «Applicate questi principi.» (Compagnoni 1797: 53-55 II tomo)
Pur se non ebbe eccessiva risonanza nella repubblica delle lettere (cfr le scarne recensioni riprodotte da Cristiani 1993: 161), l’opera incontrò una discreta fortuna sul mercato, tanto che alla prima edizione veneziana del 1796 seguirono una del 1797 e un’altra del 1805, oltre alla traduzione in castigliano, pubblicata a Barcellona nel 1802. L’«abate libertino» ritornò, poi, al genere della divulgazione scientifica negli anni 1827 e 1828, probabilmente incalzato da necessità economiche, con degli almanacchi, dal titolo La botanica de’ fiori dedicata al bel sesso per l’anno 1828 e per l’anno 1829, redigendo inoltre, spinto dall’apprezzabile risultato ottenuto coi primi due, Un paniere di frutta dedicato al bel sesso dall’autore della Botanica e del Linguaggio de’ Fiori nel 1832. La reiterata scelta delle donne come referente esplicito delle sue opere divulgative «non legittima affatto il loro accesso alla cultura scientifica» (Perini 2003) e rende il tentativo di Compagnoni assimilabile a un prodotto “di moda” nella cultura del Settecento italiano.

BIBLIOGRAFIA
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COMPAGNONI, G., I pranzi politici, in «Il Monitore Cisalpino», n. 18, Milano, 19 pratile 1798
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PULIDORI, F., Chimica. Sua istituzione e primi sviluppi nell’Università Pontificia di Ferrara (1742-1860), Annali di Storia delle Università italiane, vol. 8 (2004) (consultabile in URL: http://www.cisui.unibo.it/annali/08/testi/10Pulidori_frameset.htm)
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(Notas)
1) Si pensi al noto romanzo di Madame de Lafayette, La princesse de Clèves (1678) che, pur ritraendo nominalmente la corte di Enrico II, riproduce con vivezza e disincanto la lotta tra le nobildonne per la preminenza nei circoli ‘alla moda’.
2) Scriveva Rousseau, dopo aver frequentato i salotti letterari e filosofici più in voga di Parigi: «Mais j’aimerois encore cent fois mieux une fille simple et grossièrement elevée qu’une fille savante et bel-esprit qui viendroit établir dans ma maison un tribunal de littérature dont elle se feroit la présidente. Une femme bel-esprit est le fléau de son mari, de ses enfans, de ses amis, de ses valets, de tout le monde. [Ma preferirei ancora cento volte una ragazza semplice e dall’educazione grossolana ad un bello spirito che istituisse a casa mia un tribunale letterario di cui nominarsi presidentessa. Una donna saccente è il flagello del marito, dei suoi figli, degli amici, dei domestici, di tutti.]» J.-J. Rousseau, Émile ou de l’éducation (1762), Paris, Gallimard, Livre V, p. 768; trad.it. a cura di Emma Nardi, La Nuova Italia, Firenze, 1995, p. 507.
3) L’orgogliosa consapevolezza di affrontare un argomento inesplorato lo spinge ad attribuirsi il compito di cantare, nella lettera XX, il cui argomento recita Il Flogisto non è che una chimera, l’epicedio della «Chimica vecchia» e a concludere con accenti galileiani: «Lasciamo ad alcuni settuagenarj imbecilli la gloria di piangerla. Noi ci rallegreremo colla nostra generazione di avere acquistata una verità. Se ogni generazione ne acquistasse una, la sorte degli uomini non sarebbe tanto meschina, quanto la trova il filosofo.» (Compagnoni, 1797: 126)
4) Nelle più tarde Memorie, lo stesso autore rferisce che, sottoposto il primo abbozzo all’avvocato Giovanni Triffone Novello, suo mentore a Venezia, questi «altamente mel biasimò, e rimproverò me di sì strani pensieri»; al che, Compagnoni si rese conto che «il dialogo mi obbligava a lungaggine, troppo atta ad annoiare», laddove, invece, «la più spedita forma di lettere […] di poco differisce da quella di un trattato diviso per brevi capitoli» (Compagnoni 1825: 236; Cristiani 1993: 164).
5) Cfr Cristiani 1993, 170: «A chi appartiene dunque la Chimica per le donne e in quale percentuale al Compagnoni, se ancora la si vuole attribuire al tradizionale firmatario?»
6) Difatti Compagnoni, nella prima lettera, protesta con la Contessa: «Io ho passati i miei anni nell’esercizio delle belle arti e della filosofia, nulla ho trascurato per informarmi di ogni genere di studj, d’ogni opinione, e d’ogni sistema credutosi per alcun titolo famoso presso gli uomini. Ma io sono assai lontano dal possedere alcun’arte, o scienza a segno di poterne essere maestro agli altri. E venendo direttamente alla Chimica, essa è per me sì nuova cosa, e da sì poco tempo ho cominciato ad intenderne i principj, che se avvien ch’io mi trovi in altro luogo, ov’altri ne parli, io non ardisco d’aprir bocca». (Compagnoni 1797: 3-4)
7) «Un altro italiano mezzo secolo addietro scrisse pel vostro sesso il Newtonianesimo. Il suo ardimento m’incoraggisce. Imperciocchè la novita del soggetto, e l’importanza sua mi troveranno forse grazia presso coloro che giustamente stimano l’eleganza d’Algarotti.» (Compagnoni 1797: 6)
8) Si tratta di una caratteristica ricorrente nel testo: ogniqualvolta Compagnoni deve affrontare un nuovo argomento, ne ricostruisce la storia (cfr ad es., pp. 37 e segg., Lettera VII, Stati diversi del Calorico. Instrumenti per misurarlo, in cui si sofferma sull’invenzione del termometro), quasi che fare storia nell’atto di fare scienza fosse un modo per meglio gestire la sua scarsa competenza nella seconda – accreditando, si direbbe, la degnità XIV della Scienza nuova vichiana che recita «natura di cose altro non è che nascimento di esse».
9) Pancera riproduce una significativa lettera dell’abate Costantini: «Avete la moglie che non è che una donna, val a dire un impasto di debolezza, inclinata naturalmente alla vanità ed alla civetterìa; e Voi, in vece d’instruirle una vita che vaglia ad estirpare o almeno render inutili in lei le naturali disposizioni, gliele coltivate; e se poi cade, volete dolervi?!» G. A. Costantini, Lettere critiche, Passinelli & Bassaglia, Venezia, sesta edizione, 1748, t. II p. 22.