Salvatora Miscali: opere e pensieri di un’anima letteraria

Esistono dei luoghi apparentemente immersi in una fitta coltre d’imperscrutabilità, apparentemente privi d’interesse turistico, apparentemente assopiti in un’atmosfera monocorde e riflessiva, apparentemente distanti dalle luci della ribalta. Ma solo apparentemente. Perché da tempo ho compreso che nessun posto al mondo potrà mai essere sprovvisto d’incanti e di ricchezze, siano esse tangibili o intangibili.

La cittadina sarda di Macomer, in provincia di Nuoro e capoluogo dell’antica sub regione del Marghine, non fa sicuramente eccezione ed è custode di un vasto patrimonio artistico e letterario che solo in parte ha goduto delle attenzioni e degli onori che merita. Ed è proprio qui che vive Salvatora Miscali, un’artista che ha dedicato tutta la propria vita alla scrittura, una professionista versatile che ha saputo destreggiarsi con abilità, precisione e rara dedizione in vari ambiti letterari senza però mai perdere di vista il proprio stile, i propri ideali e i propri affetti. Salvatora Miscali fa parte, senza ombra di dubbio, di quella cerchia letteraria nuorese che ha contribuito a dar risalto a un’intera comunità oltre che a esportare con orgoglio le tradizioni e i tratti identitari locali.

Mi avvicinai a questa scrittrice qualche tempo fa a seguito della lettura della sua prima raccolta di poesie, Pensamentos e Ammentos1, pubblicata nel 1999, la quale potrebbe essere definita come un appassionante, seppur spesso malinconico, viaggio attraverso le numerose tappe che hanno caratterizzato la sua vita. Le sue composizioni poetiche aprono ai ricordi, ai sentimenti più reconditi, ai pensieri più personali e la destinataria principale di quelle poesie è lei stessa, sebbene poi, inevitabilmente, le pubblicazioni «si macchino» della rottura di quell’intimità iniziale e contribuiscano alla loro universalizzazione. A quella prima lettura ne seguì una seconda, stavolta di tutt’altro genere ma pur sempre ricolma d’amore nei confronti della sua amata Sardegna e delle sue più antiche e gustose ricette: Sabores Antigos – Guida breve alla gastronomia tipica della Sardegna, contenente delle vere e proprie rarità culinarie, quasi del tutto dimenticate ai giorni nostri.

Ricostruendo il profilo della scrittrice rimasi colpito dalla quantità di manifestazioni, convegni e concorsi ai quali prese parte e dalle numerose attestazioni di stima che da più parti le vennero rivolte, sia come artista sia come persona. Quantunque non avessi difficoltà a comprendere gli elogi nei suoi confronti da un punto di vista letterario (e filologicamente parlando sarebbe anche potuto essere sufficiente), m’incuriosì la descrizione della sua personalità e del suo carattere aperto e diretto, motivo per cui provai ad entrare in contatto con la signora Miscali. La piacevole conversazione che ne conseguì mi permise di testare con mano la disponibilità, la professionalità e la determinazione di una scrittrice aperta al dialogo, fin troppo umile per riconoscere il suo palese dono artistico ma al contempo consapevole che le sue opere hanno contribuito (e contribuiranno) alla crescita di vari generi letterari locali oltre che alla salvaguardia della lingua sarda.

Salvatora Miscali scrive quasi esclusivamente in sardo, in primis perché innamorata delle proprie radici e della musicalità che la lingua regionale conferisce alle sue opere, soprattutto alle poesie, ma anche in quanto acerrima difenditrice di una lingua che, purtroppo, si sta un po’ perdendo. In più occasioni la scrittrice ricorda il passato e le antiche e pregiudiziali credenze secondo le quali i parlanti di lingua italiana si trovassero un gradino più in alto nella scala sociale rispetto a coloro che comunicavano esclusivamente in sardo. Si tratta di pure generalizzazioni che però in parecchi casi hanno minato il naturale passaggio della lingua regionale tra generazioni.

La Miscali ha sempre adoperato il sardo nel contesto casalingo, sua mamma soleva esprimersi con la variante di Macomer mentre invece suo padre conservò sempre gelosamente la propria cadenza ghilarzese2. L’insegnamento della lingua sarda nelle scuole è un aspetto sul quale la scrittrice si sofferma parecchio ma non perde mai di vista il fatto che tale insegnamento debba essere supportato da regole sintattiche ed ortografiche ben specifiche giacché esistono dei testi dai quali attingerle. Tutto questo per evitare malintesi dovuti all’eventuale diversità di varianti adoperate. Salvatora Miscali è una persona realista è sa perfettamente che il saper parlare bene una lingua non si traduce per forza in una perfetta capacità di scrittura di tale idioma. Da amante della precisione e della chiarezza, rifà la propria sintassi e semantica letteraria alle regole de Sa Limba Sarda Comuna ed evita, pertanto, di diffondere trascrizioni scorrette del sardo parlato.

Ora, l’amore sconfinato nel confronti della lingua sarda non impedisce alla scrittrice di affondare una stoccata nei confronti della dubbia musicalità e resa letteraria di alcune varianti del sardo rispetto ad altre. Sì, perché un conto è la difesa della lingua, un altro è mettere nero su bianco in modo convincente degli scritti che suonino armoniosi, cadenzati e che agevolino la lettura. Nelle sue opere risalta l’utilizzo della succitata variante di Macomer.

Per ottenere una panoramica esaustiva della scrittrice è comunque necessario procedere per gradi. La poesia è sicuramente il mezzo che più di ogni altro ha esaltato le sue capacità creative, lessicali e metriche. In varie occasioni le sue composizioni poetiche hanno fatto bella mostra di sé in testi, raccolte e riviste e attraverso tali creazioni è possibile riscontrare i valori cardine imprescindibili sui quali poggia tutta l’esistenza della Miscali. La famiglia è la tematica più ricorrente e non vi è alcun dubbio sul fatto che gli affetti familiari siano per la scrittrice la maggior fonte d’ispirazione poetica oltre che un inestimabile punto di riferimento nella vita quotidiana:

Tratto da «A MAMMA MIA»
Mamma, s’amore tou est cunfortu
Chi mi rendet sigur’ in su camminu
De custa vida trista, che in cunfinu,
Attristada da’ lutt’e iscunfortu.
Cando sola m’intendo e avvilida
Solu su ti pensare mi dat vida
Ca s’amore matern’in d’onz’ istante
Dat consolu a su coro lacrimante.3 […] (Miscali 1999: 12)

Tratto da «BABBU»
Riccu fis tue, babbu, de bontade
Ma poberu ‘e paraulas in donz’ora,
ma sas pagas chi narias, ora ‘ona,
fin sentenzias, pro severidade.
Mai as lassadu ‘e tribagliare,
finzas cun sa salude ‘ola ‘ola,
ca bi fui deo fiza, e non sola,
chi disizu tenia ‘e istudiare. 4[…]  (Miscali 1999: 65)

Al pari degli amati genitori, anche gli altri membri della famiglia hanno goduto di odi in proprio onore, dall’amatissimo marito scomparso prematuramente alla compianta nonna, dai tenaci suoceri ai preziosissimi figli. Proprio a questi ultimi la Miscali dedica numerose composizioni, tutte ricolme di amore e di profonda riconoscenza nei confronti di due ragazzi che non si sono mai abbattuti di fronte alle avversità e che, paradossalmente, da queste ne sono venuti fuori rafforzati nello spirito:

«FIDZOS MIO»
Oe chi so restada, in domo mia,
sola, pro sa voluntade ‘e Deu,
duos fidzos mi faghen cumpanzia,
issos mi sun consolu e recreu.
Orgogliosa de issos so e fiera,
ca sun esempiu de giovanìa:
serios, onestos e sena manìa,
tribagliadores da’ manzanu a sera.
De bonos modos e ben educados,
sempre gentiles, mai isgarbados,
ca pensan chi in coro tenzo, mannu,
s’ammentu de un’improvvisu affannu.
Prego chi custos fidzos istimados
bider los potta bene sistemados,
e Deus lis diat salud ‘e vida,
chi est sa sienda pius ambìda. 5 (Miscali 1999: 31)

Quando la scrittrice macomerese parla della sua famiglia non mi è difficile notare una fiammella d’orgoglio accendersi nei suoi occhi. Una famiglia unita e issata su valori cristiani e morali solidi ma che definisce «all’antica». Per una beffarda volontà del destino è costretta ad educare i figli da sola proprio negli anni chiave della crescita dei ragazzi e quella dolorosa situazione plasmò il carattere della Miscali, la quale mi confessa: «sono stata severa da insegnante e lo sono stata ancora di più da mamma6».  Una severità che non stento a definire estremamente protettiva e amorevole ma che, in qualche modo, stride con la bontà e con l’estrema disponibilità dimostrata nei miei confronti. La paura che i ragazzi potessero frequentare delle cattive compagnie o che, peggio ancora, potessero intraprendere dei cammini sconvenienti l’ha resa decisa ed apprensiva e di questa rigidità non si pente affatto, da persona coerente e convinta di essere nel giusto quale si dimostra la Miscali. Una rigidità nella vita privata che si riflette in una determinazione maniacale nella sua poesia.

A tal proposito, la ricercatezza metrica e strutturale della Miscali mi colpì fin dalla lettura delle prime poesie. Le composizioni si snodano attraverso quartine, terzine e distici molto ben congeniati, curati, musicali e rimati. L’uso sapiente di figure retoriche nonché il cospicuo ricorso alla tecnica dell’enjambement ci dimostrano quanto l’autrice ci tenga alla ritmica armoniosa delle sue poesie. Le rime non sono mai banali o frutto di una mera assonanza bensì sapientemente posizionate per cercare di mettere in risalto la musicalità della lettura. L’intreccio di rime baciate, alternate e incrociate conferma quindi la dimestichezza della scrittrice con le regole formali della poesia e l’importante ruolo che svolge la corretta documentazione e l’adeguata preparazione nell’arte della scrittura. In Sardegna la poesia popolare è radicata da tempo, in tanti si sono cimentati (e continuano a farlo) nell’affascinante pratica poetica, ma non tutti riescono a ottenere risultati soddisfacenti. La Miscali sa bene che la scrittura sgorga da menti allenate e ben preparate e questo fatto segna una linea di demarcazione netta tra un poeta e un volenteroso dilettante.

Salvatora Miscali ha sempre manifestato una passione innata per la lettura. Mi racconta che da giovanissima la sua attenzione veniva spesso rapita dalle pagine di giornale abbandonate per strada e la curiosità la spingeva a leggerle, indipendentemente dalla loro tematica. Questa bramosia di sapere la portava a distrarsi e quindi a ritardare il suo ritorno a casa, anche quando la mamma Pietrina le assegnava delle commissioni urgenti da sbrigare. Ovviamente tale atteggiamento della ragazza esasperava spesso il genitore che, ironicamente, soleva maledire la lettura e chi l’aveva avvicinata ad essa. Un ricordo simpatico ma eloquente che dimostra la precoce predisposizione della scrittrice verso la cultura.

Predisposizione che non si traduce nella mera lettura ma anche nella scrittura. Da bambina scriveva in continuazione, qualsiasi spunto era buono per dar libero sfogo alla propria fantasia. Molti dei suoi scritti venivano pubblicati in un giornalino intitolato «I Piccoli Voli«, soprattutto temi. E non mancavano neanche le poesie, magari senza rime troppo articolate né precisione di metrica, ma comunque sempre ben redatte. Così bene che la Miscali ricorda come il responsabile del succitato giornalino si dimostrasse spesso restio alla pubblicazione delle sue creazioni poetiche per paura che le copiasse da qualcuno. Ma la ragazza viveva all’epoca a circa tre chilometri dal paese di Macomer e sarebbe stato impossibile copiare, anche volendo. Ora, tutte queste composizioni vennero racchiuse in un quadernetto la cui storia è veramente curiosa. Con un pizzico di malinconia mista all’orgoglio, la Miscali mi racconta la storia del quaderno: la signora Pietrina l’ha sempre conservato gelosamente sotto chiave (assieme alle trecce bionde della scrittrice che, a detta della mamma, parevano dei pezzi d’oro) e seppur citandolo spesso non ha mai acconsentito alla sua restituzione alla figlia. Non per egoismo, sia chiaro, ma per un sentimento iperprotettivo nei confronti del manoscritto e per paura che la figlia lo potesse smarrire o rovinare. Quando però la signora Pietrina passò a miglior vita, Salvatora volle recuperare il prezioso ricordo della sua infanzia, cominciò ad ispezionare la casa materna ma, sebbene fu possibile rinvenire la treccia di capelli dorati, del quaderno in questione non rimaneva nessuna traccia.

La poesia, per Salvatora Miscali, è «l’esternazione di un sentimento interiore molto profondo, ed è una forma di rilassamento, una liberazione». In questo modo espone se stessa a se stessa medesima: «io scrivo quello che mi detta il sentimento, la poesia io non la costruisco, mi viene da dentro».  Non a caso scrive soprattutto di notte, momento di pace e riflessione per eccellenza e silente consigliera di numerosi poeti e narratori della nostra letteratura, così come di grandi artisti di fama mondiale come, ad esempio, Van Gogh. L’ispirazione notturna fluisce in modo travolgente dal momento che l’autrice mi confessa che una volta scritta la prima quartina tutto il resto viene di conseguenza quasi come fosse impossibile mettere un freno alla fuoriuscita d’idee. L’ispirazione è dunque una sensazione naturale, intangibile, immediata ed imprevedibile, non essendo controllabile pertanto non può essere ricreata a tavolino. La mancanza di punti di riferimento poetici «classici» mi spiazzò inizialmente giacché l’attenta lettura delle numerose poesie della Miscali, spesso immerse in una palpabile malinconia e ricche di riferimenti alla natura e agli astri, richiama la figura di grandi poeti italiani, in primis quella del Leopardi. La scrittrice sarda, ad esempio, presenta spesso il connubio luna – malinconia:

Tratto da «ISTEDDOS»
In s’arcada celeste de su chelu,
sa luna ‘e prata bell’est ispuntada,
da miliones d’isteddos coronada,
in sa pasida notte sena velu.
Deo, in su braccone, accherada,
Miro sa bellura ‘e sos isteddos
Chi, lughentes e alligros che piseddos,
curren in sa campura illacanada.7 […] (Miscali 1999: 56)

Tratto da «LUNA BEFFULANA»
In d’una notte ‘e triulas serena,
in chelu, de lugore imprateadu,
apparis tue, bell’astru fadadu,
de s’universu sa reina amena.
De tottu sas istellas, prus brillante,
lumera crara, in nottes de istiu,
isprigu, pro sas abbas de su riu,
faru siguru, pro su navigante (8). […] (Miscali 1999: 22)

Ed è proprio questa palpabile malinconia che aleggia sopra ogni composizione poetica della Miscali che rende i lettori inclini a pensare che ci si trovi dinanzi ad un’autrice cupa e introversa. In particolare «Pensamentos e Ammentos» è un testo che colpisce, oltre che per la sua ottima struttura, anche per l’inquietudine e la tristezza di numerose composizioni. Invece, sorprendentemente, la donna con il quale ho il piacere di dialogare mi spiazza per vitalità ed ospitalità. Il professor Giovanni Moro ha perfettamente ragione quando sostiene che «la vita di Tora dunque è piena di lacrime, e queste sue lacrime trapelano in ogni sua composizione» (Moro 1999: III) ma è altresì vero che ci si trova di fronte a una donna che ha saputo reagire con tenacia e coraggio alle avversità della vita e che si getta anima e corpo in tutte le attività che si propone di realizzare. Durante la nostra chiacchierata non resistetti alla tentazione di farle notare questa contrapposizione di impressioni sul suo conto e ciò non la sorprese affatto; sorridente mi svelò che in molte occasioni lettrici e conoscenti le avevano fatto notare il medesimo contrasto tra il suo carattere aperto, solare e disponibile nel privato e la cupezza di molte sue composizioni poetiche. La sua unica risposta fu un candido «io scrivo così» e questo attesta ulteriormente l’imprevedibilità e l’originalità della scrittrice macomerese.

Ritornando brevemente al collegamento con Leopardi, anche alla Miscali la scrittura notturna, con gli occhi rivolti verso il cielo in cerca dell’ispirazione, rievoca involontariamente la figura del pastore solitario che volge lo sguardo all’insù e che ricerca il conforto della luna, come fosse un’amica fedele e una saggia consigliera:

Tratto da «LUNA BEFFULANA»
Su pastore ti mirat, che amante,
e cun boghe armoniosa e galana
t’intonat unu cantu, carignante.9 […] (Miscali 1999: 22)

Tratto da «IN SA NOTTE»
Pastore, a sa sola, in sa notte
Intono, car’a luna, rimas d’oro,
pensande a s’amabile tesoro,
chi fidel’appa’amare fin’a morte.
Sun versos prenos de malinconia,
ma est cant’e amore, in alas d’entu,
ch’isperanzosu l’affido, cuntentu,
pro che lu giugher a columba mia.10 […] (Miscali 1999: 27)

Salvatora Miscali dimostra un vero attaccamento nei confronti della sua cittadina e verso la sua terra. Si sente genuinamente orgogliosa di essere sarda e decanta varie volte le bellezze, le ricchezze ed i paesaggi incantevoli della sua isola:

Tratto da «BIDDA MIA»
[…] Custa bella cittade marghinesa,
da’ zente ospitale abitada,
si gloriat e s’intender onorada,
d’esser de sa Sardigna una ricchesa.11 […] (Miscali 1999: 2)

Tratto da «SARDIGNA EUROPEA»
Sardigna, s’Europa t’est giamende
Pro intrare cun issa in unione;
cun sa bellesa tua, figurone
as a fagher, non bistes pensende!
Azzettalu s’invitu ch’at offertu
Pro chi sias sa-e doighi s’istella,
as a esser de tottus sa pius bella,
sa pius lughente de su firmamentu.12 […] (Miscali 1999: 29)

Ma l’attaccamento nei confronti della sua terra è tale che non possa rimanere impassibile dinanzi agli elementi negativi che talvolta infangano il buon nome dell’isola, come ad esempio la tematica dei sequestri di persona, pratica purtroppo molto in voga nella Sardegna di qualche anno addietro. Sono numerose le composizioni poetiche dedicate al tema ed in tutte la Miscali dimostra una sensibilità speciale. In poesie come Bola!, Mercantes de omines, Farouk libero e Anninia IIª la scrittrice cerca di tendere la mano e di offrire delle parole di conforto a tutti coloro che hanno subito il sopruso del sequestro, in quanto vittime innocenti di vigliacchi disposti a tutto pur di arricchirsi. Anche nella prossima raccolta di poesie ci saranno delle composizioni sul tema.

«MERCANTES DE OMINES»
Sa carena m’urpilat su pensare
A sos mischinos e malassortados,
chi in manos de Caìnos capitados
su, ca possedin terras e dinare.
Son travoneris, chi han milli trassas,
sena trabagliu cheren arricchire;
in galera che deven impudire
o finire sa vida in malas nassas!
Comente Giuda s’at bendidu a Deu
pro trinta puzzinososo dinaris,
viles mercantes cuntrattana, paris
cun sas familias, in pena e in peleu
pro chie est accoradu in d’una grutta,
a cadena ligadu che su cane,
sen’eder lughe, ne abba ne pane,
cun sa pessone e s’anima derrutta.
Ma sor malos mercantes, sena coro,
‘antu si faghen d’omines balentes,
e bendendesi frades innozentes,
sa domo si prenan de prata e de oro.
A bortas su cuntrattu non concluini,
ca tropp’artu est su preziu ‘e su riscattu;
tando pro issos su contu est già fattu:
s’innozente a buccones riduini.
Deus chi has patìdu tal’offesa,
illuminalis sa mente da-e-artu!
Pro chi de cada puntu de su sartu,
liberu, s’omine, miret sa bellesa.13 (Miscali 1999: 19)

Ad ogni modo, la poesia non è l’unico mezzo attraverso il quale la Miscali denuncia questa vile privazione della libertà umana poiché la tematica viene ripresa anche in alcuni racconti. Tra questi (ve n’è anche uno dedicato al sequestro di Giovanni Battista Pinna del 2006, premiato in un concorso letterario a Mogoro, in provincia di Oristano) una menzione speciale merita il racconto «S’iscoberta e Pascaleddu» che narra la storia di un bambino che amava seguire in campagna il suo papà ed esplorare la natura incontaminata. Sebbene il padre gli avesse categoricamente sconsigliato di allontanarsi oltre un certo limite, la curiosità e la logica e innocente vitalità del bimbo fecero sì che si spingesse oltre il confine di campagna demarcato dal genitore. Sfidando la pericolosità del luogo, Pascaleddu giunse all’ingresso di una grotta e ne rimase affascinato; alla vista di quell’antro il piccolo ricordò alcune antiche leggende sarde secondo le quali nelle grotte di quel tipo solevano vivere delle piccole fate chiamate Janas, rinomate per le loro ricchezze e per i loro tesori. Per il bambino non vi erano dubbi: quella era una casa delle fate, ossia, una Domus de Janas. Ma fu grande la sorpresa quando ad attenderlo dentro la grotta non ritrovò né ori né preziosi bensì un uomo incatenato. La visione di quella persona legata e privata della propria libertà lo turbò ma per paura di ripercussioni decise di non dire nulla al padre. Ciononostante, l’angoscia interiore del piccolo fece sì che si confidasse con la mamma: Pascaleddu era giovane ma non stolto, capì che suo papà era immischiato in quella faccenda e pregò la mamma affinché facesse tutto il possibile per dissuadere il padre dal compiere ulteriori bestialità, in caso contrario avrebbe reso pubblica la sua scoperta. La donna, allarmata dalla lucidità del figlio, si riunì con tutte le mogli dei sequestratori e insieme riuscirono nell’intento di far liberare l’uomo. Insomma, siamo davanti ad un racconto che, secondo l’autrice, dimostra come «la donna se vuole possa far intenerire il cuore degli uomini».

Nelle bellissime poesie «Donos» e «Crisi industriale«, così come in alcune composizioni inedite che l’autrice pubblicherà prossimamente, riscontriamo una critica diretta a tutti quegli imprenditori «forestieri» che con astuzia e sfacciataggine arrivano in Sardegna promettendo lavoro e benessere e che successivamente si dimostrano opportunisti ed indifferenti alle richieste d’aiuto della comunità locale.

Tratto da «DONOS»
Europa, chi m’aberisi su sinu,
che mama t’onoro e ti rispetto,
e onzi die chi passada, isetto
de cambiare su meu destinu.
Che Chisinera, in donz’occasione,
semper, tottugantos m’an trattada,
ma tue, oe, mi mustras s’istrada
po su riscattu, sena cundissione.14[…] (Miscali 1999: 10)
….
Tratto da «CRISI INDUSTRIALE»
Sa terra de Sardigna an ruinadu
pro fagher un’industria veramente,
ch’in tempus venturu esseret dadu
tribagliu e benessere a sa zente.
Inue prima fit s’adde amena
chi produca donzi bene ‘e Deu,
oe solu a la ider faghet pena:
su campu est ispozadu, tristu e feu.15[…] (Miscali 1999: 60)

Vi è poi una tematica molto cara alla scrittrice macomerese, quella religiosa. L’aspetto religioso è molto ricorrente sia sotto forma di richiami a Dio o alla Madonna sia come esaltazione del luogo sacro per eccellenza, la Chiesa. La Miscali cita spesso l’importanza della fede ed invoca il Signore affinché benedica e protegga i suoi cari e accolga tra le sue grazie coloro che purtroppo non ci sono più:

Tratto da «A NOSTRA SIGNORA»
Tue, Maria, mamma ‘e su Signore,
reina de su mundu, universale;
protegge e beneighe onzi mortale
e tottu sos chi pregan cun fervore.16 […] (Miscali 1999: 36)

Tratto da «DIA DE AMMENTARE»
[…] Luana e Giovanni, chi amore
bos giurades in sa santa domo ‘e Deu,
donzi grasia bos diat su Signore,
e una vida longa, sen’anneu.17 […] (Miscali 1999: 40)

Tratto da «GIAGIA MIA»
[…] Finzas a cando deus, ch’est de amare,
a su chelu l’at devida giamare.
Inie ispero ch’Issu l’apat dadu
tottu su chi sa vida l’at negadu.18 (Miscali 1999: 68)

Tratto da «SA DOMO ‘E SU SIGNORE»
Cando pass’in fora o in bidda mia,
dananti a sa domo ‘e su Signore,
mi brusiat, comente maladia,
su rimorsu, ca soe peccadore.
‘Intro, m’imbrenugo fiduciosu
E pagh’agatto a s’anim’affligida;
issa mi dat rejon’a custa vida,
in custu mundu poberu ‘e gosu.19 […] (Miscali 1999: 86)

Ma la fede e la devozione non sono solo delle semplici tematiche poetiche o letterarie per Salvatora Miscali. Sono parte integrante della sua stessa esistenza, sono la luce che illumina il suo cammino privato ed artistico e sono anche la «causa» della diffusione delle sue opere. Decise infatti di pubblicare la prima raccolta di poesie a seguito di un fioretto sacro. Circa diciannove anni fa la Miscali venne operata per una grave forma di tumore e proprio in quel periodo così difficile decise di affidarsi in toto alle mani del Signore, promettendo che qualora l’intervento fosse andato a buon fine avrebbe pubblicato un testo di poesie. Fortunatamente l’operazione riuscì alla perfezione e la scrittrice mantenne la parola. Nella prossima raccolta poetica, che dovrebbe intitolarsi «Briciole di vita«, sarà presente anche una commovente poesia che ripercorre le dolorose tappe della sua malattia, intitolata Sentenzia. Scritta a posteriori, questa poesia dipinge la malattia come un’entità dolorosa e funesta ma esalta la forza d’animo e il coraggio della scrittrice che si affida alla volontà del Signore: avrebbe deciso lui le sue sorti. Nella sua mente rievoca spesso una sensazione che ha dell’incredibile e che l’ha avvicinata ancora di più alla fede: quando la barella che l’avrebbe condotta alla sala operatoria si approssimò al suo letto di ospedale, la Miscali dedicò un pensiero a tutti i suoi cari defunti e a San Gaspare, santo al quale lei è molto devota, e proprio in quel momento sentì come se qualcuno le stesse sfilando uno strato superficiale di pelle, dalla testa ai piedi. Un brivido di sollievo seguito da un’inaspettata sensazione di essersi tolta un peso di dosso.

La malattia l’ha segnata profondamente e inevitabilmente ma è stata anche foriera di fervore letterario. «Sentenzia» farà quindi parte di un libro che vuole essere una sorta di collage di fatti realmente accaduti e di esperienze personali. Degne di nota anche la struggente poesia dedicata alla sorella prematuramente scomparsa, scritta in macchina in seguito all’esplicita richiesta di un nipote e «Itte so», poesia dal tono filosofico nella quale ci si domanda quale sia il nostro ruolo all’interno dell’universo e ci si affida pienamente a Dio.    Da grande ricercatrice ed appassionata di tradizioni sarde, la Miscali sta attualmente lavorando al recupero di un’antichissima «ninna nanna» che le cantava sua nonna negli anni dell’infanzia. Si tratta di una sorta di cantilena ben congegnata e dalla lunghezza considerevole che lei sta riscrivendo e conservando gelosamente. Parliamo di un testo dalla grande importanza filologica proprio perché unico nel suo genere ed andato totalmente perduto nel tempo. Quando mi parlò dell’attività di recupero di tale canto non potei evitare di notare negli occhi della scrittrice macomerese un impeto d’orgoglio e un affetto viscerale nei confronti di un ricordo datato, privo di una rima evidente, ma perfettamente musicale e godibile.

Inoltre, la succitata «ninna nanna» è caratterizzata anche da diversi possibili andamenti ritmici e strofici a seconda della prima battuta utilizzata. Proprio perché le ricerche condotte non hanno riscontrato opere similari non si può affermare con certezza se si tratti di un canto popolare antico o di una creazione estemporanea della nonna dell’autrice. In quest’ultimo caso, la composizione acquisirebbe un valore aggiunto dal momento che l’anziana parente visse in una condizione d’analfabetismo sopperita però da una capacità mnemonica fuori dal comune. Le donne di quella generazione, a detta della Miscali, erano solite cantare durante il lavoro, ad esempio quando andavano a lavare al fiume. Il più delle volte intonavano delle «ninnie» ossia delle «ninne nanne» estemporanee ma molto ben elaborate.

Prima di chiudere la parentesi «poetica» della Miscali vorrei anche ricordare che l’autrice allegherà alla raccolta di poesie di prossima pubblicazione alcuni «muttos» da lei composti. I «muttos» sono delle composizioni sarde, tipiche soprattutto dell’area del nuorese, definibili più come dei canti che come delle poesie. Ne esistono di vari tipi ma i più conosciuti sono caratterizzati dalla presenza di due terzine: la prima viene chiamata «s’isterrida«, una sorta di prefazione, mentre la seconda è «sa torrada» (ma anche «cobertanza o «coberimentu«), definibile come una risposta rimata e cantata alla prima terzina. L’incrocio delle rime tra le due terzine e la cura maniacale nelle ricerca di musicalità e di originalità fanno dei «muttos» delle vere e proprie preziosità letterarie.

In pochi sanno che Salvatora Miscali è anche un’eccellente narratrice e un’abile commediografa. Questa logica inconsapevolezza è dettata dal fatto che tali aspetti letterari della scrittrice macomerese rimangono per lo più attestati in pubblicazioni generiche poco conosciute o in supporti privati, scrupolosamente conservati nei cassetti di casa. Come giustamente mi confida l’autrice, non tutto può essere pubblicato poiché gli esigui ricavi non basterebbero per coprire gli ingenti costi che un libro comporterebbe. E tutto questo dispiace, non soltanto perché la comunità potrebbe arricchirsi di testi dall’indubbio valore letterario (sia in italiano sia in sardo), ma anche perché la scrittrice da tanti anni devolve interamente gli incassi delle sue opere ad associazioni di volontariato, specialmente a quelle che portano avanti la ricerca sul cancro; un atto di riconoscenza nei confronti di quella ricerca che, probabilmente, le ha permesso di essere ancora tra noi oggi.

Della Miscali novellista è possibile riscontrare una delle sue migliori creazioni all’interno del libro «Sa Mela Pibèri: Sos tempos in sa memoria20«, una raccolta di poesie, ricette, racconti, canti antichi ed aneddoti attorno alle tradizioni popolari di Macomer e dintorni della quale la stessa scrittrice fu la curatrice. Si tratta dei materiali raccolti durante un’esperienza della Miscali come docente di tradizioni popolari all’Università delle Terza Età di Macomer e tra tutte le composizioni presenti riscontriamo il racconto magico «Su Malefiziu de sas Janas21» scritto in sardo (con traduzione a fronte in lingua italiana «non del tutto soddisfacente«, a detta della stessa scrittrice) e narrante la fantasiosa storia della nascita della sua cittadina. Nel racconto veniamo trasportati in un luogo fantastico, «in su centru de un’isul’e incantu, circundada da unu mare de cristallu e sutta unu chelu chi pius biaittu non bi nd’at22», abitato da piccolissime fate chiamate «Janas«, la cui descrizione merita di essere letta in lingua originale:

Tratto da «SU MALEFIZIU DE SAS JANAS»
[…] tienen dormittas iscavadas in sa rocca, ma sun meda riccas. Sun picoccheddas, artas cantu su poddighe de unu pizzinnu e sas domos sun arredadas cun mobilia meda bella, fatta de corza ‘e lande e de fozas, abbellida de brillantes. Sos trastes sun fattos de oro e de prata e sos bistires sun ricamados da’issas, tottu cun filos de oro. Viven solas e bessin solu su notte, a lugh’es luna, ca sa lughe de su die e sos rajos de su sole li sguastat sa pedde delicada.23 […] (Miscali 1997: 115)

Ebbene, quelle terre vennero occupate da una truppa di individui comandata da una donna che si autoproclamava una divinità molto potente. La donna, in tutta la sua avidità e bramosia di potenza, scova le case di roccia delle fate (le già citate Domus de Janas) e ne rimane talmente estasiata che vuole subito annetterle alle proprie conquiste. Deve prima convincere le fate che le sue intenzioni sono pacifiche e protettive e solo successivamente si approprierà delle loro ricche dimore. Ma le fate non sono stolte, colgono la malignità nelle parole della donna guerriera e con un incantesimo la fanno diventare di pietra. In questo racconto colpisce la personificazione della Veneretta di Macomer, una famosa statuetta di pietra ritrovata in una grotta nel 1949 e sulla quale aleggia tutt’oggi un’aureola di misteriosità.

La versatilità di scrittura della Miscali si apprezza in tutto il suo splendore quando l’autrice sarda decide di accantonare momentaneamente i panni malinconici e ritmati della poetessa e decide di indossare quelli dell’ironica e divertente commediografa. Questo cambio di personalità creativa sorprende per facilità di realizzazione e per gli ottimi risultati che produce. Salvatora Miscali, come detto, è una fervente difenditrice della lingua sarda e anche attraverso le commedie persevera nella sua missione di conservazione e d’insegnamento dell’idioma locale. Le sue creazioni sono state spesso messe in scena nelle scuole o nelle case di riposo per gli anziani ed hanno sempre riscosso un grande successo. Si tratta di lavori esilaranti che talvolta colpiscono per la presenza, al proprio interno, di elementi lessicali che verrebbero considerati delle vere e proprie imprecazioni qualora venissero tradotti letteralmente in altre lingue. Ma nel contesto della lingua sarda appaiono invece (senza esagerare, ovviamente) come delle espressioni colorite, delle intercalari di stile, dei tratti tipici di un linguaggio molto diretto e dotato di un’intrinseca autoironia.

Le testé citate commedie sopravvivono nei documenti autentici, gelosamente custoditi dalla scrittrice, e nella memoria di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di assistere alla loro messa in scena. Tra le tante vorrei citare «Sa pelea de Tia Tatana«, una godibile rappresentazione incentrata sui battibecchi tra una moglie ed un marito amante del vino, e «S’isbentrada de Tziu Lolloe«, simpaticissima gag nella quale si descrive la figura, appunto, di Tziu Lolloe e della sua passione sfrenata per il cibo che lo porta a vivere delle surreali e tragicomiche avventure.

Ma la scrittrice in questione ha anche un’altra grande passione: la cucina. Tempo fa si prodigò per la raccolta di una serie di antichissime ricette regionali sarde che si accingevano a percorrere il cammino diretto al dimenticatoio. La pazienza e la cura maniacale con le quali la Miscali le riunì non passò inosservata a un editore del territorio, il quale scorse casualmente il manoscritto in un panificio di Macomer. Da quell’inaspettato incontro ne derivò Sabores Antigos24 – Guida breve alla gastronomia tipica della Sardegna, una raccolta di ricette della memoria caratterizzate dall’impiego di ingredienti «poveri», gli unici sempre presenti nelle antiche cucine sarde. Ma per Salvatora Miscali la cucina, e di conseguenza la scrittura ad essa inerente, non ha mai rappresentato una possibile fonte di soldi o di fama. Anche dopo la seconda ristampa del suo libro gastronomico e con in mano un conveniente contratto per la pubblicazione di uno nuovo la scrittrice sarda decise di dedicarsi ad altre faccende, in contrapposizione all’imperante logica opportunistica e affaristica odierna. Non che fosse a corto d’idee la Miscali, tutt’altro. Decise semplicemente di prendersi i suoi tempi e di pubblicare solo quando si fosse sentita pronta. Quel momento parrebbe essere arrivato giacché durante la nostra conversazione mi confessò che prossimamente manderà in stampa un secondo libro gastronomico, stavolta incentrato esclusivamente su ricette di sua creazione.

Tutto questo e molto altro è Salvatora Miscali, una scrittrice con non partecipa mai ai concorsi letterari per vincere ma semplicemente per fare in modo che essi non scompaiano definitivamente, una scrittrice camaleontica che difende la sua terra ma che sa bene quando sferrarle alcune critiche soprattutto di fronte all’incompetenza di chi la gestisce o alla metamorfosi del suo paese che non è più quello gioviale e caratteristico dell’infanzia, una scrittrice dai solidi valori familiari e religiosi, una scrittrice contraria alla consegna di grandi targhe o esose coppe a seguito di un concorso letterario vinto ma più favorevole ad una semplice pergamena, una scrittrice fin troppo umile e riservata, una scrittrice che tanto ha raccolto nella sua vita ma che molto di più meriterebbe per gli sforzi profusi nel campo letterario, della ricerca linguistica e nell’esportazione e nella salvaguardia di un idioma che identifica un’intera comunità. Insomma, una scrittrice!

Bibliografía

Miscali, S., «Intervista in lingua sarda«. Rivista Lácanas Online. Internet. 18-06-2013.
http://www.lacanas.it/2013/06/04/salvatora-miscali/
Miscali, S., «Macomer: Carrasegare in sa memoria», Sito Associazione Cavalieri Macomer, Internet, 19-06-2013.
http://www.cavalierimacomer.com/currere_a_puddas_2011_convegno.html
Miscali, S., Pensamentos e Ammentos, Bosa, Tipografia San Giuseppe, 1999;
Miscali, S., Sa Mela Pebèri, Sos tempos in sa memoria: Tradizioni popolari di Macomer e dintorni, Bonorva, Tipografia Macografica, 1997;
Miscali, S., Sabores Antigos. Guida breve alla gastronomia tipica della Sardegna, Nuoro, Archivio Fotografico Sardo Editore, 2000;
Sardegna Cultura, «Limba Sarda Comuna«, Internet, 24-06-2013.
http://www.sardegnacultura.it/linguasarda/limbasardacomuna/
Spano, G., Vocabolario Italiano – Sardo, Nuoro, Ilisso Edizioni, 2004;
Tola, T. G., «Il trionfo di Salvatora Miscali pensionata-poeta». La Nuova Sardegna Online. Internet. 18-06-2013.
http://ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/2006/10/11/SM1PO_SM101.html
Uda, A., Mutos de foressidu, Cagliari, Condaghes, 2010.


1) «Pensieri e Ricordi» in italiano;
2) Del paese di Ghilarza (Oristano) che, seppur distante solo 20 km da Macomer, presenta delle varianti nella propria lingua rispetto alla parlata macomerese;
3) Traduzione letterale dell’autrice: tratto da «A mia madre», «Mamma, il tuo amore è conforto che mi dà sicurezza lungo il cammino di questa vita, come in confino, rattristata da lutti e sconforto. Quando mi sento sola e avvilita, solo il tuo pensiero mi consola, perché l’amore materno,in ogni istante, ha il potere di sanare le pene.[…]» (Miscali 1999: 12).
4) Traduzione letterale dell’autrice: tratto da «Babbo«, «Ricco eri, babbo di volontà, ma sempre di poche parole, le poche che dicevi però, sembravano sentenze. Anche con la salute precaria, non hai smesso mai di lavorare, perché io, e non ero sola, desideravo studiare.[…]»(Miscali 1999: 65).
5) «I MIEI FIGLI«, «Ora che per volontà di Dio son rimasta sola, ho la compagnia di due figli che son per me gioia e consolazione. Di loro sono fiera ed orgogliosa perché son seri, onesti, senza vizi, lavoratori, da portare ad esempio. Garbati ed educati, sempre gentili, perché sanno che ho nel cuore la perita più profonda di un immenso improvviso dolore. È mio desiderio vederli ben sistemati e prego il Signora che conceda loro tanta salute e lunga vita che son la più grande ricchezza.» (Miscali 1999: 31).
6) Tutte le frasi in corsivo riconducibili alla scrittrice sono state estrapolate dall’intervista realizzata dal sottoscritto in data 21/06/2013;
7) Tratto da «ISTEDDOS«, «Nella volta celeste del cielo, è apparsa la luna d’argento, circondata da milioni di stelle, nella notte serena senza nuvole. Io, affacciata alla finestra ammiro la bellezza delle stelle che, luminose ed allegre come fanciulli, corrono nella pianura sconfinata.» (Miscali 1999: 56);
8) Tratto da «LUNA BEFFARDA«, «In una notte serena di luglio, nel cielo, inargentato dalla luce, appari tu, bell’astro fatato, amena regina dell’universo. Fra tutte le stelle sei la più brillante, chiara luminosità nelle notti d’estate, specchio per le acque del fiume, faro sicuro per il navigatore.» (Miscali 1999: 22).
9) Tratto da «LUNA BEFFARDA«, «Il pastore t’ammira come un innamorato e con voce bella e armoniosa intona per te un canto, carezzevole.» (Miscali 1999: 22).
10) Tratto da «NELLA NOTTE«, «Pastore, solo solo, nella notte intono, rivolto alla luna, rime d’oro, mentre penso all’amabile tesoro che amerò fedele sino alla morte. Sono versi malinconici, eppure è un canto d’amore, sulle ali del vento, al quale l’affido, felice, perché lo porti alla mia colomba.» (Miscali 1999: 27).
11) Tratto da «IL MIO PAESE«, «Questa balla città del Marghine, abitata da gente ospitale, si compiace e si sente onorata d’essere, della Sardegna, una ricchezza.» (Miscali 1999: 3).
12) Tratto da «SARDEGNA EUROPEA«, «Sardegna, l’Europa ti chiama a far parte di essa; non attardarti a pensare, sei tanto bella che farai una bellissima figura.» (Miscali 1999: 30).
13) Traduzione: «MERCANTI D’UOMINI«, «Mi viene la pelle d’oca solo al pensiero dei poveri sventurati che son finiti in mano a de Caini perché posseggono terre e denaro. I volponi, che han mille astuzie, vogliono arricchirsi senza lavorare, dovrebbero finire i loro giorni in galera o trascorrere la vita tra mille difficoltà. Come Giuda ha venduto Cristo per trenta vili monete, così mercanti senza scrupoli contrattano con le famiglie, in pena e in lotta per il congiunto rinchiuso in una grotta, legato con catene come un cane, privato della luce, senz’acqua né pane, distrutto nel corpo e nell’anima. Ma i mercanti perfidi, senza cuore, si vantano d’essere uomini di valore, e vendendo fratelli innocenti si riempiono la casa di ricchezze. A volte non definiscono il contratto perché il prezzo del riscatto è troppo alto, allora per loro il conto è già fatto e mutilano la povera vittima. O Dio, che hai subito un’offesa simile, illumina dal cielo le loro menti, affinché l’uomo, libero, possa ammirare la bellezza di tutto il creato.» (Miscali 1999: 20).
14) Tratto da «DONOS«, «Europa, che mi apri il tuo cuore, ti onoro come fossi mia madre e ogni giorno che passa aspetto che il destino cambi. Tutti, in ogni occasione, m’han trattato come Cenerentola, ma tu, oggi, m’indichi la via del riscatto, senza condizioni.» (Miscali 1999: 10).
15) Tratto da «CRISI INDUSTRIALE«, «Han distrutto le terre di Sardegna per costruire le industrie che dessero a tutti lavoro e benessere. Le ridenti valli che producevano ogni ben di Dio, ora sono spoglie, tristi e brutte: fanno pena.» (Miscali 1999: 60).
16) Tratto da «A NOSTRA SIGNORA«, «Tu, Maria, mamma del Signore, regina del mondo, universale, proteggi e benedici ogni mortale e tutti coloro che pregano con fervore.» (Miscali 1999: 36).
17) Tratto da «GIORNO DA RICORDARE«, «Luana e Giovanni, che vi giurate amore nella santa casa di Dio, il Signore vi conceda ogni grazia e una lunga vita senza dispiaceri.» (Miscali 1999: 41);
18) Tratto da «MIA NONNA«, «Finché il Signore l’ha chiamata in cielo. Io spero che Egli le abbia dato tutto ciò che la vita le ha negato.» (Miscali 1999: 68);
19) Tratto da «LA CASA DEL SIGNORE«, «Quando, nel mio paese o fuori, passo davanti alla chiesa, mi brucia come una ferita, perché sono peccatore. Entro fiducioso e m’inginocchio e così trovo pace e ritrovo la ragione della vita in questo mondo triste.»(Miscali 1999: 87).
20) La traduzione del titolo è tutt’altro che scontata ed ha creato non pochi grattacapi a coloro che si sono cimentati nella sua interpretazione. La stessa Dolores Turchi, una delle più autorevoli esperte dell’universo sardo, pensò che la parola «pibèri» fosse un vocabolo fantastico molto in voga nelle poesie di questo genere sebbene poi lo Spano abbia chiarito come la «mela pibèri» fosse una qualità di mela rossa chiamata così poiché rossiccia come il pepe.
21) Traduzione: «Il Maleficio delle Fate».
22) Traduzione: «al centro di un’isola incantata, circondata da un mare di cristallo e sotto un cielo che più azzurro non si può[…]» (Miscali 1997: 116).
23) Traduzione italiana a fronte: Tratto da «IL MALEFICIO DELLE FATE», «[…] abitano in piccole case scavate nella roccia, ma sono molto ricche. Sono piccoline, alte quanto il dito di un bambino e le loro case sono arredate con mobili molto belli, fatti con bucce di ghiande e foglie, ornate di brillanti. Le stoviglie sono d’oro o d’argento e i vestiti sono ricamati da loro stesse con fili d’oro. Vivono sole ed escono solo di notte, alla luce della luna, perché la luce del giorno e i raggi del sole rovinano la loro pelle delicata. […]» (Miscali 1997: 116).
24) «Sapori antichi» in italiano.