IL MESSAGGIO “FEMMINISTA” DI MITIÒ SAKELLARIU

Mitiò Sakellariu (1789 – 1863) è la prima traduttrice greca delle commedie di Goldoni. Nel 1818 sono state stampate a Vienna le traduzioni delle commedie L’amore paterno o sia la serva riconoscente e La vedova scaltra, opere che presentano un’ “utilità sociale”, poiché la traduttrice è cresciuta in un ambiente “illuminato” e progressista. Per aver, però, l’approvazione del marito e del padre come moglie e figlia ossequiente, tiene con loro una corrispondenza per obbedire ai più “sapienti”, lasciando così, tramite le epistole, una testimonianza scritta dei costumi e degli usi di quell’epoca.

Quali sono le cause che Mitiò scelse di tradurre queste due commedie?

Tra il 1748 ed il 1753, Goldoni scrisse per la compagnia Medebac una fitta serie di commedie in cui, distaccandosi dai modelli della commedia dell’Arte, metteva a punto e realizzava i principi di una «riforma» del teatro (L’uomo prudente, La vedova scaltra, La putta onorata) (Tsolkas, 2012: 148).

La vedova scaltra costituì una novità assoluta per il pubblico, non solo perché interamente scritta, ma anche perché i caratteri sono delineati con finezza psicologica e l’intreccio si fonda pro­prio sul contrasto dei caratteri e non sui colpi di scena. È la commedia con cui si afferma decisamente la riforma teatrale del Goldoni, e ha quindi un singolare valore storico pur rappresentando un punto di passaggio tra la commedia dell’arte e la commedia di carattere e facendo larghe concessioni all’estro degli attori e al gusto del pubblico. La commedia fu rappresentata trionfalmen­te la sera del 26 dicembre 1748 al teatro Sant’Angelo dalla compagnia Medebac. Intorno alla bella vedova Rosaura ondeggiano le aspirazioni di milord Runebif, di monsieur le Bleau, di don Alvaro e del conte di Bosco Nero. Quattro pretendenti, quattro nazionalità, quattro tipi: pratico e generoso il primo, millantatore e galante il secondo, il terzo magnificamente altezzoso, appassionato e idealista l’italiano. Rosaura è incerta, finalmente decide di mettere alla prova i quattro presentandosi, mascherata, a Runebif sotto vesti inglesi, a le Bleau vestita alla francese, a don Alvaro come dama spagnola e al conte di Bosco Nero come italiana. Mentre i primi tre si mostrano disposti a dimenticare l’amata italiana per la connazionale il quarto rimane fedele al suo sogno; e a lui, naturalmente, spetterà il premio. Ancor dominata dai lazzi delle maschere tra le quali emerge Arlecchino servitore stordito e tuttavia pieno di risorse comiche, ancora fondata sul trucco scenico dei travestimenti, che permettono all’attore di palesare tutta la sua manierata abilità, la commedia presenta tuttavia tipi umani definiti, un intreccio coerente, una conclusione morale artisticamente risolta (D’Amico, 1982: 289). E, se oggi ci appare opera di transizione, è facile capire come al suo apparire dovesse rappresentare un fatto nuovo opponendo alla teatralità della fiaba e dell’improvvisazione l’onesta realtà dell’uomo. Immediatamente seguita da fiere polemiche, dovute alla goffa parodia del Chiari La scuola delle vedove a cui il Goldoni rispose col Prologo apologetico, la Vedova scaltra rimase programma e promessa della più umana produzione teatrale italiana (Antonucci 1995: 50).

È sicuro che Mitiò scelse di tradurre La vedova scaltra per il motivo importante del personaggio di Rosaura. Rosaura è nella Commedia dell’Arte la casta amorosa, tipo ideale dell’onesta fanciulla da marito; il Goldoni accolse questa Rosaura e la umanizzò (Petronio, 1986); le diede un’arguzia che non aveva, un senso pratico fatto di onestà e di furbizia, un grande inconsapevole istinto per trovare vie d’uscita nei casi insolubili. Ma le riconobbe queste caratteristiche come proprie della donna, lasciandola dunque in quella genericità che contraddistingue il suo tipo (Balbis / Cicchetti / Dellepiane, 1991: 1011). Rosaura è fatta, in fondo, di luoghi comuni, onesti luoghi comuni di cui è composta la tradizione; in questo sta la sua segreta retorica. Rosaura è l’evoluzione di un tipo femminile prediletto dal Goldoni, già presente nella Donna di garbo e nella Putta onorata (Dotti, 2008: 297), che avrà la sua piena rea­lizzazione nel personaggio di Mirandolina della Locandiera.

Sottolineiamo questo perché così Mitiò presenterà tutto alle prefazioni delle commedie tradotte da lei, cioè come un messaggio particolare alle donne greche.

L’altra commedia L’Amore paterno fu recita­ta per la prima volta a Parigi la sera del 4 feb­braio 1763 (benché fosse già pronta dal dicem­bre dell’anno precedente) e fu replicata per cin­que sere. Non le mancarono gli applausi del pubblico, volti soprattutto a premiare la bravu­ra degli attori. Nei primi mesi del suo nuovo soggiorno parigino, il Goldoni si muoveva ancora incerto tra teatro delle maschere (non va dimenticato che proprio per soccorrere la Comédie Italienne l’autore era giunto in Francia) e desiderio di cimentarsi in commedie del tipo di quelle che aveva imposto a Venezia. L’amore paterno o sia la serva riconoscente è catalogabile tra le commedie virtuose: Pantalone si trova a Parigi con le due figlie Clarice e Angelica, dove è costretto a vivere in povertà, non potendo usufruire dell’eredità lasciatagli dal fratello; soltanto un matrimonio economicamente vantaggioso potrebbe risolle­vare la situazione ma questa soluzione viene ritenuta sconveniente dal buon Pantalone. Alla fine le giuste nozze di Clarice e Angelica con Celio e Silvio metteranno per il meglio le cose (Goldoni, 1948).

Forse qui la scelta di Mitiò è un’espressione del suo amore per il padre prete Megdanis.

Mitiò Sakellariu rappresenta l’esempio precoce femminile dell’attività letteraria nella Grecia moderna dal momento che è la prima donna scrittrice di drammi. Vive sotto l’influenza intellettuale di due uomini importanti e colti, il padre e il marito, ma si rivolge, con formidabile ed evidente consapevolezza femminile, alle donne, più precisamente, a quelle greche[1].

Prendiamo quindi il filo dall’inizio:

Mitiò Sakellariu è la figlia del prete, scrittore e dottore Charissios Megdanis[2] di Kozani (1768-1823), era conoscitore formidabile ed eccellente dell’antichità e, tra i vari libri, scrittore di una Poetica dal titolo Kalliopi rimpatriata o Del Metodo poetico – Kalliopi palinostussa i Peri poiitikis Methodou (Vienna 1818) lavoro molto importante che codificò la moderna e antica tradizione poetica, avendo come scopo di essere utilizzata come manuale scolastico. In questa sua opera usò ad esempio alcuni versi composti e aneddoti drammatici messi in versi da suo genero (Pouchner, 1995: 218-241), Gheorghios Sakellarios[3] (1767-1838), dottore e filosofo anche lui di Kozani, che durante gli studi di medicina a Vienna, si unì al circolo di Rigas Fereos (1786-1798, con intervalli) e tra l’altro tradusse opere drammatiche dal francese e dal tedesco. La sua fama, comunque, è dovuta alla sua raccolta poetica dal titolo Poesie – Piimatia (Vienna 1817), che compose in occasione della morte (1800) della sua prima moglie e che mostrano l’influenza del poeta Inglese Edward Young. Nella sua epoca il suo lavoro ebbe accoglienza e diffusione e Sakellarios viene inserito ormai tra i poeti importanti prima di Solomòs.

Sakellarios esercitò la professione di dottore alla corte di Alì Pascià a Ioannina e nella zona settentrionale greca che era sotto occupazione Turca (Kozani, Siatista, Tsaritsani, Larissa, Salonicco, Naussa, Kastoria, Ambelakia) ma anche a Pesti, Bucarest.

Alla corte di Alì Pascià a Ioannina rimase per molti anni (1807-1813). Durante il distaccamento-rivolta di Alì Pascià dalla Sublime Porta riuscì a fuggire a Kozani, dove si fermò sino al 1823. Dopo diventò dottore del maresciallo Dervì Pascià, che lo prese con se nel decampamento di Alamana. Ritornò a Kozani, dopodiché, nel 1828 seguì Selìm Mechmet Pascià a Lárissa, come dottore personale. Qui però rimase solo quattro mesi. Dopo ritornò a Kozani, dove morì nel 1838[4].

In questi viaggi e in queste mansioni di medico, Mitiò ha, almeno in parte, accompagnato suo marito. Riguardo alla loro conoscenza nel 1805 nella casa signorile di Megdani a Kozani ci sono testimonianze orali dei discendenti: Sakellarios, vedovo da circa 5 anni, famoso dottore e poeta, chiese al suo amico di famiglia, prete Megdanis, con il quale aveva la stessa età (per essere precisi un anno più grande), sua figlia, Mitiò come moglie (che poteva invece essere sua figlia in quel periodo). Quando Mitiò sposa il dottore filosofo e traduttore teatrale, ha 16 anni mentre lui ne ha 40 – hanno 24 anni di differenza[5]. Questo tema occuperà Mitiò dopo circa 10 anni nelle sue traduzioni.

Nel 1818 vengono pubblicati a Vienna – Mitiò ha 29 anni – L’amore paterno o sia la serva riconoscente e La vedova scaltra. Commedie di C. Goldoni, tradotti dalla stessa dall’italiano[6]. Goldoni già dalla fine del 18° secolo rappresenta una forte tradizione traduttrice in greco (Puchner, 1999: 250-260) e le sue commedie “borghesi” “di moralità e caratteri” costituiscono un utilizzo sociale uguale a quelle delle commedie di Moliere.

Mitiò, quindi, cresce e vive in un ambiente colto e illuminato, allevata con lidea dell’innovazione e utilità del teatro[7].

In base a ciò tutta il suo atteggiamento e la sua vocazione sembrano, a prima vista e con questi dati attuali, timidi e molto attenti. Ma non è proprio così. Nel libro, alle traduzioni precedono quattro brani introduttivi: una lettera (“All’egregio mio padre signor prete Charissios Megdanis la dovuta adorazione”) da Ioannina a Kozani il 16 Ottobre 1812 (Sakellariou, 1818: γ΄- δ΄), un’altra lettera che risponde il padre – prete (“Carissima figlia mia Mitiò”) da Kozani a Ioannina, il 5 Novembre 1812, che porta la firma “Prete Charissios Megdanis” (Sakellariou, 1818: ε΄-στ΄), dopo il prologo delle traduzioni “Alle benevoli lettrici” di Mitiò, con data cronologica il 12 Dicembre 1810[8], “da Kozani” e firmato “La servile Mitiò Sakellariu” (Sakellariou, 1818: ζ΄-ιβ΄), e alla fine una lettera di saluti dei fratelli editori Kapetanaki diretta alla scrittrice “Gentilissima signora Mitiò” (Sakellariou, 1818: ιγ΄-ιδ΄). È interessante notare come le opere della “famiglia” vengano pubblicate circa nella stessa fase cronologica a Vienna, nella stessa stamperia di Iοánnou Sneírer, con la cura editoriale dei fratelli Kapetanaki: le Poesie-Piimatia di Giorgio Sakellariou (1817), le traduzioni italiane di Mitiò (1818) e la Poetica Kalliopi rimpatriata del padre e suocero Charissios Megdanis (1818).

Senza questo ambiente “amichevole” e familiare con i contatti della tipografia a Vienna e con finanziatore, Mitiò non avrebbe deciso di stampare le sue opere. Ciò è evidente dalla sua prima lettera al padre. Qui veniamo informati che da tempo gli ha spedito una lettera con la notizia che sta imparando l’italiano e che lui l’avrebbe consigliata di provare, per un migliore apprendimento della lingua, con una traduzione. La stessa esortazione espresse suo marito, traduttore esperto di lavori teatrali. La scelta del tipo letterario è giustificata dal grado di facilità del brano: “però dal momento che le mie forze non sono ancora buone per traduzioni più importanti ed alte, si è deciso (ovviamente dal padre e dal marito) di incominciare per ora con commedie come più semplici ed in rapporto al mio progresso nella lingua italiana…” (Sakellariou, 1818: γ΄).

Le opere, però, le scelse Mitiò: “…la presente commedia del Signor Goldoni, che ho scelto tra le altre come più morale, anche se minore di quelle avventurose e eleganti” (Sakellariou, 1818: δ΄). Continua commentando che gli amici hanno giudicato positivamente il suo lavoro e l’hanno spinta a pubblicarla; la stessa opinione ha avuto suo marito, “che lui ha tradotto quei versi della fine del secondo atto” (Sakellariou, 1818: δ΄), cosa che riguarda con certezza la prima commedia.

Scelta importante, però, di Mitiò è chiedere anche l’opinione di suo padre.

La pubblicazione della lettera desta alcune domande riguardo alla finalità che aveva. Mitiò non ha pubblicato altre sue lettere; la corrispondenza con il padre, che riferisce chiaramente, dura un po’ di tempo, quanto cioè durano gli spostamenti di suo marito o la permanenza alla corte di Alì Pascià (1807-1813). Comunque, la pubblicazione, seguendo le regole delle lettere, non è casuale e sembra che abbia un duplice scopo:

1) il riferimento dei motivi della traduttrice, che si autopresenta come figlia docile e moglie fedele, che ascolta i comandi degli uomini “più saggi” ed esperti in letteratura, senza la superiorità e la superbia del letterato, predispone benevolmente il lettore sulla sua moralità e modestia, giustifica il “coraggio” della scrittura femminile e degrada la sua opera come esercizio di apprendimento della lingua straniera, dando così per scontato un atteggiamento indulgente riguardo la traduzione delle commedie “immorali”, e

2) funziona come introduzione alla lettera di risposta di suo padre, che fu scritta appena 20 giorni dopo e in parte giustifica l’azione della figlia, esenta l’operato dal biasimo di “immoralità”, esorta pertanto sua figlia, in futuro e quando lo permette il livello avanzato della conoscenza della lingua italiana, ad occuparsi di cose più serie.

La sequenza delle due lettere, la loro pubblicazione contemporanea al posto dell’introduzione nelle due traduzioni, danno l’impressione di una strategia studiata da parte di Mitiò, di limitare le reazioni sociali sulla sua doppia impresa: tradurre come donna sposata con doveri coniugali e figlia di un sacerdote le “piccanti” commedie del commediografo veneziano dell’Illuminismo. Si enfatizza in particolare che la lettera che indirizza alle lettrici è un messaggio “femminista”, in un piano sociale ed etologico.

La funzione della prima lettera è di mettere in evidenza la posizione benevola di suo padre, che, come prete, ha maggiore forza per assolvere da possibili trasgressioni “immorali” e imprudenze e superficialità femminili.

Nella sua lettera il padre Megdanis sottolinea: “Non ti rimprovero che hai tradotto commedia, anzi morale, perché non sono tra i superstiziosi, che criticano in modo assoluto le commedie come corruzione di moralità”[9]. E qui è evidente che indica la prima commedia L’amore paterno o sia la serva riconoscente con tema di insegnamento morale e meno “erotico”; precisamente per questo scopo Mitiò pubblicò le due lettere.

Le sue prefazioni continuano ora con la benedizione e il consenso paterno e procedono nella parte più importante: la lettera “Alle benevoli lettrici” è importante perché si rivolge, per la prima volta, solo alle donne, contiene cioè in un certo senso un messaggio “femminista”. All’inizio presenta le ragioni della traduzione, con la stessa tattica dello scrittore casuale e modesto, mentre tutta l’argomentazione mira nel limitare il significato della sua “colpa” a pubblicare, benché donna, commedie.

Dopo la descrizione delle sue esitazioni, seguono due argomenti graduali: la lettura dei drammi non è il solo modo di passare bene il tuo tempo, ma completa e surroga la stessa rappresentazione teatrale, che è “la più gradevole ricreazione” (Sakellariou, 1818: η΄) dei popoli europei. Da dove la considerazione della rappresentazione teatrale come “la più gradevole ricreazione”? Dalle letture illuministiche dell’estero e le loro influenze sui colti greci. Seguono argomentazioni che riguardano i suggerimenti di suo padre che la lettura di opere teatrali è solo il primo gradino per studi più importanti, come anche la rassegna graduale dei suoi scrupoli e obiezioni, che alla fine non impedirono la pubblicazione delle traduzioni, le argomentazioni successive a favore del dramma e del teatro, che avrebbero dovuto disarmare la posizione dei critici nei confronti delle donne scrittrici, che traducono commedie, culminano nel successivo e breve paragrafo, che si rivolge direttamente ai suoi possibili e previsti biasimatori:

“Anche se questo è lo scopo delle poesie e rappresentazioni teatrali, con questo non dubito che molti abbiano cattiva opinione verso di queste come corruzione di valori morali, vogliono biasimarmi per la pubblicazione di commedie e per questo mi difendo prima da questi accusatori” (Sakellariou, 1818: η΄).

La frase riguarda chiaramente quella di suo padre, nella quale si riferisce ai “superstiziosi”, ai quali si rivolge ora Mitiò. Con un artifizio (“non è delle mie forze”) evita l’obbligo di esprimere in modo particolareggiato le ragioni sul perché i popoli antichi e odierni dell’Europa coltivano il teatro. Si limiterà alla presentazione di “morale” delle due commedie e descriverà l’analisi delle due commedie, che sono “esempi di buoni valori”. Nella prima, una schiava resiste al suo amante, il quale vuole sfrattare la famiglia del suo padrone e benefattore che è morto. La famiglia del padrone è diventata povera e viene ospitata dalla cameriera a casa sua. Alla fine, la cameriera con la sua intelligenza riesce a conciliare le cose (Sakellariou, 1818: θ΄- ι΄).

Nella seconda commedia, una bella vedova resiste a quattro giovani corteggiatori, senza dichiarare il suo amore, mettendoli così tutti alla prova per capire chi è veramente degno della sua fiducia (Sakellariou, 1818: ι΄-ια΄).[10]. Si tratta di lezioni di comportamento corretto e morale in situazioni difficili di vita; esempi da imitare e sui quali meditare.

La conclusione di questi due esempi è, nella forma di prova incrollabile, la seguente:

Ciò dimostra che non hanno ragione coloro che accusano in modo assoluto le poesie e le rappresentazioni teatrali come corruzione di moralità[11]; tutte le poesie, tutte le storie, tutti gli ammaestramenti di moralità hanno lo scopo di guidarci al bene, non possiamo però conoscerlo ed onorarlo, senza compararlo al male; pertanto la virtù costituisce l’opposto della cattiveria per risplendere chiaramente e diventare forse emulatore; ma se qualcuno accecato dalle passioni non vede la vera luce e precipita nelle tenebre, allora la causa della sua caduta non queste rappresentazioni e letture, bensì i cattivi principi della sua educazione ed istruzione, che annebbiavano gli occhi della sua mente e non lo lasciano riconoscere il bene dal male, perché si possa dedicare al primo e ripudiare il secondo. (Sakellariou, 1818: ια΄)

La teoria drammaturgica dell’esistenza indispensabile dei contrasti, per creare lo scontro necessario, viene riportata ad un livello sociale ed ideologico: la tonificazione della virtù porta alla necessità della promozione del male, della posizione errata, del comportamento sviato: se tale necessaria segnalazione di questi esempi da evitare dovesse guidare, per ribaltamento delle regole dell’insegnamento, ad uno scivolamento etico e diventasse esempio da imitare, allora questo stravolgimento è da considerarsi dovuto ad errori pedagogici dell’educazione ed istruzione, e non alla funzione sbagliata o erosiva di questi artisticamente narrati paradigmi.

Sotto la pressione sociale di giustificare la sua posizione, Mitiò, che non copia e traduce posizioni teoriche precise, si rivolge esclusivamente ai rappresentanti condolenti del sesso “debole”, giunge ad una catena persuasiva di argomentazioni, per giustificare la sua impresa ardita, che comincia dal semplice esercizio della lingua ed arriva con gradualità impressionante, al bisogno dell’esistenza del male, in un concetto quasi metaforico, inserito esattamente in una dimensione morale-educativa; d’altronde le commedie mature di Goldoni si concentrano su esempi positivi, che possono funzionare direttamente come prototipi da prendere. Ciò trasporta il centro dell’argomentazione dalla riflessione sulla risata “sconsiderata” alla contrapposizione del giusto con lo sbagliato, dove l’utilità morale-didattica è più facile e più logica da accertare.

Il prologo finisce forse convenzionalmente, con l’invito ai lettori di non vedere gli errori, di criticare con indulgenza e di accettare positivamente il suo lavoro. Promette che in futuro presenterà altre traduzioni, ancora più perfette (Sakellariou, 1818: ια΄- ιβ΄).

Alla fine delle sue prefazioni segue la lettera dei fratelli Kapetanaki, che si occuparono dell’edizione a Vienna, diretta alla traduttrice, lettera che saluta l’avvento filologico e invita ad imitarlo (Sakellariou, 1818: ιγ΄- ιδ΄).

Con la scelta e la traduzione della seconda commedia, che presenta un tema “femminile” più chiaro, cioè la scelta del marito e delle trappole che nasconde per le giovani ragazze, mentre la vedova “esperta” organizza la sua scelta su basi giuste e razionali e non ascoltando solo la voce del cuore, Mitiò ha anche l’ispirazione di rivolgersi solo alle donne lettrici e di esprimere nel prologo uno stretto elenco di argomentazioni che consolida la lettura di questi lavori anche da parte delle donne. La posizione emancipata che mette in evidenza il prologo “Alle lettrici” deriva chiaramente dal suo secondo lavoro, mentre le due lettere dell’inizio mostrano ancora una figlia e moglie timida ed ubbidiente, che si vergogna per la sua maldestra iniziativa e di far conoscere il suo nome al pubblico. Tra il 1812 e il 1816 Mitiò Sakellariu, lavorando sulle commedie di Goldoni realizza chiaramente passi di maturità e conoscenza della particolarità femminile, mentre acquista una maggiore fiducia in sé stessa e rinforza le sue inquietudini letterarie. Però, dalle altre traduzioni che promette in generale, nessuna ha visto la luce della pubblicazione e generalmente non si sente più niente di lei. A questo contribuì forse il fatto che mancò la fonte di finanziamento dei compatrioti a Vienna e quindi la possibilità di stampare[12] e il fatto che in genere le cose nella Grecia del nord divennero più difficili a causa dello scoppio della Rivoluzione, mentre la morte di suo padre avvenne nel 1823.

Giorgio Sakellarios vive fino al 1838; Miti sparisce dalle fonti letterarie dopo l’illuminante prologo teatrale, il primo con la firma di una donna rivolta alle donne, già dall’inizio del 19° secolo. La figlia “malaticcia” di Charissios Megdanis vive fino al 1863 ed era madre di tre figli. Secondo le tradizioni interfamiliari continuò la pratica di dottore anche a vantaggio della popolazione ottomana. Accompagnando prima del 1838 suo marito esaminò quella le donne e fece la diagnosi, mentre lui curò, secondo la descrizione di Mitiò, la terapia[13].

Mitiò traduce la prima commedia a Ioannina prima del 1812, la seconda a Kozani prima o verso il 1816. Mentre i moventi della traduzione della prima commedia sono semplici (come scaturisce da una breve analisi del contenuto, si tratta della gratitudine della figlia verso il padre per la sua istruzione, anche se non vivono in un ambiente ricco, e l’ammirazione del padre verso di lei, ed anche infine per il fatto come con la sua cultura “guadagna” un marito meritevole e degno), i moventi della seconda sono più complessi: collega l’avvertimento delle giovani ragazze a far attenzione alla scelta dello sposo (la vedova, che aveva un uomo vecchio, organizza il suo nuovo matrimonio con un uomo giovane in un modo logico, mette gli aspiranti ad una prova che mostra le loro reali motivazioni e distingue lo stile finto dell’amante dal vero carattere) con un altro avvertimento – le donne giovani non devono sposarsi con uomini anziani. Questo motivo, abbastanza forte nell’opera, deve certamente essere legato al matrimonio della stessa con Sakellarios, 24 anni più vecchio di lei, e questo sarà anche la ragione per cui ritraduce un lavoro che era già stato tradotto e che doveva trovarsi nella biblioteca del marito (edizione Vienna 1791). Pertanto nel secondo caso non c’è più semplicemente un esercizio linguistico nella lingua italiana (con la lode indiretta al padre) ma l’intenzione educativa e ammonitrice e l’allusione tematica che agiscono in maniera più forte ed allora viene steso il prologo “Alle benevoli lettrici ”. Mentre la prima commedia può essere interpretata come gesto di riconoscenza verso il padre, la seconda sembra che eserciti critica a suo marito avanti negli anni. Nel 1816 Mitiò ha 27 anni mentre suo marito si avvicina a 51!

La traduzione nella prima commedia è abbastanza accurata, il discorso teatrale scorre naturalmente e provocano interesse i moltissimi punti e virgole, i quali creano frasi piene o parti di frase con linguaggio tagliente che trasmettono abbastanza teatralità e vitalità. Speciale rilevanza ha la chiusura della commedia, nell’ultima scena, quando Pantaleone recita l’epilogo: “amo le mie figlie; non c’è al mondo amore più grande, amore più forte dall’amore paterno” (Sakellariou, 1818: 80) complimento di Mitiò al prete Megdanis.

La seconda commedia è più estesa e più sintetica, perché sul tema delle gentilezze erotiche rientra anche il motivo della differenza dei popoli europei: Italiani, Francesi, Spagnoli e Inglesi. Tutti gli episodi si ripetono quattro volte. Goldoni offre con i quattro ammiratori della bella vedova una completa carta di parodie degli stereotipi nazionali europei, come si erano formati nel 18° secolo, con un primo assaggio dell’internazionalità e dell’aumentato interesse per gli altri popoli.

Mitiò fa palese la conoscenza femminile, l’emancipazione e la solidarietà del sesso “debole” in modo mascherato, nascosto dietro due traduzioni di commedie, così che con chiari accenni nel prologo e i suoi stessi lavori – contrasta soprattutto il matrimonio incompatibile per ragioni d’età, alludendo in modo indiretto il suo problema (per la seconda commedia non ha informato il padre).

Il padre Charissios Megdanis, il marito Giorgios Sakellarios, gli editori fratelli Kapetanaki, tutti elogeranno le colte occupazioni di Mitiò. Il loro discorso indubbiamente elogiativo non tralascerà, però, di sottolineare: senza la loro approvazione e il loro appoggio questa edizione di Mitiò non sarebbe stata sicuramente possibile.

Nei limiti di questa linea tra il privato e il pubblico si trova Mitiò e si troveranno in imbarazzo anche altre greche colte come distintamente appare nei prologhi dei suoi lavori prototipi e tradotti. Però, il loro passo verso il pubblico, anche se sembra incerto, si è già compiuto con pioniere Mitiò Sakellariu. Per questo forse abbondano spesso nei loro prologhi, le dichiarazioni su altri progetti iniziali, lontano da ogni pubblicazione. Il prologo dei loro lavori funziona così come “parafulmine” utile a respingere non solo la critica per gli svantaggi dell’opera, ma soprattutto la critica per la sua stessa esistenza, cioè la stessa prassi della pubblicazione.

Riferimenti bibliografici

Libri:

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[1] v. A. Tambaki, La drammaturgia neoellenica e le sue influenze occidentali (18° – 19° sec.). Un approccio comparatoI neoelliniki dramaturghia ke i ditikes tiw epidrasis (18° – 19° eon.). Mia sigkritiki prosseghissi, fratelli Tolidis, Atene 1993, pp. 26-38 e

  1. ancora B. Pouchner, “Teorie drammaturgiche e sceniche nel periodo ellenico prerivoluzionario (1815-1818) – Dramaturghikes ke theatrologikes theories stin proepanastatiki Ellada (1815-1818)” in Idoli e immagini. Cinque studi scenici – Idola ke omiomata. Pente theatrologika meletimata, Nefeli, Atene 2000, pp. 69-105.

[2] «Megdanis Charissios» in Vocabolario di Letteratura Neoellenica-Lexico Neoellinikis Logotechnias, Patakis, Atene 2007, pp. 1376-1377.

[3] «Sakellarios Gheorghios» in Vocabolario di Letteratura Neoellenica-Lexico Neoellinikis Logotechnias, Patakis, Atene 2007, pp. 1964-1965.

[4] v. Grande Enciclopedia Greca-Megali Ellinikì Enciklopedia, vol. 21°, 1933, p. 445, e

  1. ancora C. Karanassios “Testimonianze relative alla cronologia degli accaduti della vita del dottore e filosofo Gheorghios Sakellarios”, Eranistis, 22 (1999), p. 134.

[5] v. Xiradaki, K. “Il contratto della dote dell’erudita nota del secolo passato Mitiò Sakellariu-To prikosimfono tis gnostis loghias tu perasmenu eona Mitiò Sakellariu”, Elimiaka, 27 (1991), pp. 107-118 e

  1. ancora Paschalidis, B. “Il dottore e filosofo Gheorghios K. Sakellarios il Kozanita – O iatrofilosofos Gheorghios K. Sakellarios o Kozanitis”, Elimiaka, 29 (1992), pp. 106-140.

[6] Si tratta delle sue traduzioni nel libro L’amor paterno o sia la serva riconoscente e La vedova scaltra Commedie del signor Carlo Goldoni tradotte dall’Italiano da Mitiò Sakellariu, Vienna, stamperia Ioannis Sneirer, 1818 – I patriki agapi ì i evgnomon duli ke I Panurgos chira Komodie tu Kiriu Karolu Goldoni ek tu italiku metafrasthise para Mitius Sakellariu, en Vieni tis Austrias, tipografion Ioannu tu Sneirer, 1818.

[7] Mitiò lo dichiara nelle sue lettere introduttive e soprattutto nella prefazione delle traduzioni rivolta “Alle benevoli lettrici”, pp. η΄, θ΄ e ια΄, nell’ultima anzi sottolinea: “non hanno ragione quelli che accusano in modo assoluto le poesie e le rappresentazioni teatrali come distruttrici di principi morali”.

[8] La data cronologica giusta è 12 Dicembre 1816.

[9] Con «superstiziosi» indica i cicli conservatori che non vedevano con buon occhio queste attività e non capivano ancora la “teoria delle risate” dell’Illuminismo come mezzo di disciplina morale.

[10] Come sembra dal contenuto, la seconda commedia è particolarmente significativa per le donne; consigli di una sposata a ragazze nubili.

[11] Questa espressione riporta con precisione le parole del suo padre (vedi sopra).

[12] Nessuno della famiglia stampa più niente dopo il 1819.

[13] id. Paschalidis, B. “Il dottore e filosofo Gheorghios K. Sakellarios il Kozanita–O iatrofilosofos Gheorghios K. Sakellarios o Kozanitis”, Elimiaka, 29 (1992), pp. 106-140.