Le levatrici e la diffusione della vaccinazione antivaiolosa nel Regno di Napoli

Nella diffusione della vaccinazione jenneriana nell’Italia meridionale nei primi decenni dell’Ottocento ebbe una funzione importante l’azione di mediazione culturale e sociale delle levatrici, chiamate anche “mammane”. In questi anni matura a Napoli, capitale del Regno, una ristrutturazione degli equilibri, che avevano fino ad allora regolato i ruoli delle figure operanti nel sistema terapeutico ed inizia a sottolinearsi la centralità delle figure femminili.
Con la nascita dell’ostetricia, di cui si istituiscono cattedre in tutte le università europee e italiane, nella seconda metà del Settecento, si acuisce il divario e il conflitto con le levatrici, spesso attaccate e svalutate, a causa della loro ignoranza. In questo clima di contrapposizione, alimentata dall’opera di Oronzo Dedonno, medico napoletano allievo di Domenico Ferrari, il primo a ricoprire la cattedra istituita presso l’Università napoletana dal re Ferdinando IV nel 1777, si registra, per le mammane, l’attenzione all’istruzione e il controllo dell’esercizio professionale prima che per le ostetriche. (Guidi, 1990: p.106) Nel XVIII secolo, secondo i dati forniti da Giuseppe Maria Galanti, autore di una Descrizione geografica e politica delle Sicilie, del 1793, il numero delle levatrici, dei salassatori e di coloro che “mendicavano” con semplice licenza era di circa 10.000. Il protomedico e 8 speziali principali di Napoli componevano il Collegio detto degli otto. Egli visitava le spezierie della capitale e dei suoi casali, mentre i suoi subalterni visitavano quelle delle province per esaminare i barbieri che salassavano e le levatrici; concedere le licenze e riscuotere le prestazioni. Se qualcuno era colto dal protomedico senza la licenza incorreva nella pena di 50 ducati. (Galanti, 1977: p. 137 )
A dispetto dello stereotipo denigratorio e negativo, trasmesso dagli scritti degli ostetrici tra Sette e Ottocento, per cui le levatrici sono descritte come ignoranti, superstiziose e rozze, la storia della vaccinazione antivaiolosa riscatta questa figura professionale, mettendone in luce gli aspetti positivi (la solidarietà tra donne) del loro servizio, che si svolgeva a stretto contatto con le madri. A partire dal 1801, anno in cui a Palermo venne effettuato il primo esperimento d’inoculazione vaccinica, le levatrici furono uno strumento di collaborazione fondamentale nella diffusione della pratica preventiva, specie nelle campagne, e la loro opera è testimoniata da molteplici riconoscimenti. Esse furono vere mediatrici sociali, che si facevano interpreti o traduttrici in parole semplici di una pratica “incomprensibile” agli occhi del popolo, ma che poteva evitare le innumerevoli “stragi d’innocenti”, causate dal vaiolo. Questa malattia epidemica e contagiosa, di cui nel Settecento in Europa si contavano 60 milioni di morti, colpiva soprattutto i bambini che, se non la contraevano nella forma letale (vaiolo maligno o confluente) e riuscivano a scampare alla morte, potevano rimanere ciechi o deformi. La diffusione della nuova pratica trovò un duro ostacolo nei pregiudizi dei genitori, abituati ad accettare il vaiolo e le altre malattie come manifestazione della volontà divina e di un destino inesorabile. Occorreva convincere soprattutto le madri della bontà e della efficacia del nuovo metodo. A tal fine i Comitati di vaccinazione, che sorsero in Europa dopo la diffusione della scoperta, ad opera del medico inglese Edward Jenner, che il vaiolo vaccino rendeva immuni dalla stessa malattia, contarono subito sull’aiuto di questa figura professionale. Tutti i regolamenti emanati per organizzare la capillare diffusione nei singoli stati contemplano la presenza delle levatrici. Per lo storico Bercé la loro attività di promozione della vaccinazione fu lodevole nel Regno di Napoli, più che negli altri Stati. (Bercé, 1984: p.109)
A partire dai primi documenti, come i decreti regi e le bozze manoscritte, che testimoniano la volontà dei governanti, in collaborazione con i medici e con il clero, di creare un sistema efficiente finalizzato all’uso della pratica in ogni provincia e distretto del Regno, si sottolinea la funzione indispensabile delle mammane. Nel Piano per la fondazione di un Comitato di vaccinazione del 1806, si legge, che in ciascun Paese, il Regio governatore avrebbe invitato medici e cerusici a praticare la vaccinazione e avrebbe obbligato le levatrici ad intervenire e ad istruirsene. Per queste istruzioni esse avrebbero ottenuto gratis un attestato dal Professore vaccinatore da presentare nella visita annuale del regio Protomedico (art. 7). Inoltre per coloro che fossero impegnati in quel servizio era assegnata un’uniforme, in modo da essere riconosciuti dal popolo, e fosse evidente a tutti la protezione del governo (art.10) .
Mentre, secondo il Piano di Miglioramento della Vaccinazione (1806), le madri dovevano essere istruite dalle levatrici, le quali, per ottenere dal Protomedicato l’approvazione ad esercitare il loro mestiere, dovevano dimostrare di conoscere l’ “innesto vaccino”. L’obbligo di conoscere la vaccinazione era prevista anche per i candidati in medicina e chirurgia, che volevano conseguire “la laurea dottorale” .
L’aiuto delle levatrici era molto importante, tanto più che, come fa notare De Renzi, esse godevano della fiducia delle partorienti più degli ostetrici. “Siano quali si vogliano le idee di una donna afflitta dai dolori del parto, ella sarà sempre più rincuorata e consolata dalla presenza della più ignorante delle levatrici che dai soccorsi del più abile fra gli ostetrici. Si aggiunga a ciò che nelle piccole località di provincia, ove, qualunque fosse lo stato di siffatto progresso, mancherebbero quasi sempre gli abili professori, una levatrice, che prende subito un titolo di sacra parentela colla puerpera e col neonato, s’incarica sempre di una quantità di delicate cure ed attenzioni, cui né un uomo saprebbe giammai adempire né un professore vi discenderebbe giammai”.( Combes, 1843: p.40)
Anche nel Piano, che si propone a S. E. il Ministro dell’Interno dalla Direzione della vaccinazione ad oggetto di assodarne la pratica (1806), si ribadiva l’impegno delle levatrici ad apprendere tutto ciò che riguardava l’inoculazione vaccinica e soprattutto a diffonderne la conoscenza, sottolineandone la valenza salutare, tra le madri recalcitranti. Si legge al punto 4: “In certo modo fa parte dell’esteso disegno l’istruzione, che può essere comunicata, soprattutto alle Madri, dalle Levatrici. Quindi costoro non riceveranno dalla Commissione del Protomedicato l’approvazione di esercitare il loro Ministero, senza mostrarsi istruite dell’innesto vaccino, e sotto l’obbligo indispensabile di comunicarne l’istruzione a tutti coloro che si affidano alle loro mani. Una condotta opposta dovrebbe inabilitarle al loro ministero” . Il loro intervento, dunque, si precisava sempre meglio nei diversi documenti istituzionali, al punto da considerarsi indispensabile per la prosecuzione di una pratica che ben presto diventò profilassi sociale, come dimostrano le statistiche compilate dai medici del Comitato centrale di vaccinazione, in base ai resoconti annuali di ogni singolo Comitato provinciale e distrettuale.
Infatti nel Piano di un regolamento, concernente le funzioni, l’economia, le onorificenze, accordate al Comitato centrale di vaccinazione del 1808, ci sono alcuni articoli molto interessanti che riguardano le levatrici. Esse avrebbero dovuto cercare i bambini, come semenzaio vaccinico, per permettere le inoculazioni di virus fresco, bambini che erano condotti o in famiglie particolari o nelle parrocchie dove c’erano i vaccinatori addetti alla somministrazione (art.19). Si legge espressamente nell’art.20: “Per riunire i bambini, che vengono ordinariamente scelti tra la classe più indigente del Popolo sarà autorizzato il Comitato a procurarsi la coadiuvazione delle levatrici, scelte tra le più probi e zelanti, come quelle che sono l’organo immediato della persuasione popolare. A queste levatrici, nonché ai bambini procurati si farà un qualche compenso dai fondi del comitato, che sarà prefisso dal comitato stesso, cioè alle levatrici una gratificazione mensile e ai bambini una gratificazione per i soli giorni in cui ci sarà bisogno di essi”.
Nei Regolamenti del 1810 al punto 5 dell’art.3 si legge: “che le levatrici di ciascun comune (organo immediato della persuasione popolare, soprattutto sul conto dei bambini) restino istruite e pienamente convinte dell’utilità della vaccinazione.” Le levatrici refrattarie dovevano essere segnalate dal presidente del Comitato distrettuale al Giudice di pace del circondario, e infine il Comitato provinciale faceva rapporto all’Intendente, il quale comunicando al Ministro dell’Interno dava gli ordini al Protomedicato di sospenderle dal loro esercizio. C’era, infatti, tra le istituzioni politiche e le organizzazioni mediche, una stretta collaborazione, come dimostra la fitta corrispondenza tra gli apparati centrali e quelli periferici. Inoltre, pur nell’avvicendarsi dei diversi governi, prima quello conservatore di Ferdinando IV Borbone, poi quello rivoluzionario dei Napoleonici (Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat), con i diversi decreti regi e regolamenti fu conservata e corroborata l’organizzazione che presiedeva alla estensione della pratica preventiva.
Le stesse disposizioni dei Napoleonici si ritrovano nelle leggi emanate da Ferdinando I dei Borboni nel Regno di Napoli. Nel Regolamento del 1822 all’art.68 riguardante le funzioni delle Commissioni, si legge: “Finalmente sarà sua cura che le levatrici di ciascun Comune restino istruite e pienamente convinte della utilit della vaccinazione. Dopo ciò esse saranno obbligate a promuoverne la pratica al più possibile. Quando siano oscitanti per questa parte e molto più quando osino calunniare la vaccinazione, la Commissione del Distretto a cui appartengono tali refrattarie, è autorizzata a concertarsi col Sindaco e col regio Giudice per farle ammonire e rimettere al buon ordine. Se poi ammonite non desistano dal discreditare la vaccinazione, la Commissione distrettuale vaccinica ne rapporterà alla provinciale, e questa o appartenga al suo distretto, o ne abbia avuto avviso dalle Commissioni distrettuali, avrà cura di farne rimanere inteso l’Istituto, il quale provocherà dal Real Ministero gli ordini, onde per mezzo dell’uffizio del Protomedicato siano costoro sospese dall’esercizio dell’arte, dopo averne inteso l’Intendente della Provincia”. Anche se muta il nome dei Comitati di vaccinazione, che furono chiamati, a partire dal 1815, Commissioni vacciniche, le loro funzioni e il loro scopo rimane lo stesso: assicurarsi lo svolgimento dell’ “esercizio vaccinico” in ogni parte del Regno,.
In concomitanza con il notevole ruolo delle mammane nella diffusione della vaccinazione antivaiolosa, nei primi decenni dell’Ottocento, fu indirizzata alle stesse una normativa che ne prescriveva l’istruzione, i compiti, i doveri. Per poter esercitare, come si è già ribadito in base al decreto del 1815, esse dovevano avere un’autorizzazione detta “cedola” o “carta autorizzante”, che era concessa dall’Università di Napoli, o da commissioni protomedicali nei capoluoghi di provincia e, per le levatrici più anziane, anche da autorità locali sulla base della pubblica stima. L’istruzione delle levatrici dei comuni periferici era oggetto delle cure del governo con la realizzazione di corsi tenuti da medici locali A segno dell’interesse per l’istruzione di queste donne furono pubblicati a Napoli manuali per istruirle, scritti prevalentemente nella forma del catechismo ossia delle domande e delle risposte, usata nella trattatistica rivolta alle classi popolari. Per cui scrive Guidi: “L’immagine della categoria che emerge dalle fonti è quella di un gruppo dinamico, attivamente dedito alla propria qualificazione professionale e alla ricerca di legittimazione in sede istituzionale”. (Guidi, 1990: p.121) Nel 1838 Combes, medico francese, autore di un’opera di confronto tra la medicina francese e quella italiana, stimò il livello d’istruzione delle levatrici del regno di Napoli superiore a quello francese. (Bercè, 1984: p.109)

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