La “querelle delle donne” attraverso la storia delle grandi guerriere

La donna e la guerra: non una novità, non un episodio isolato. Ma una storia millenaria che si è si è sviluppata fra storia e leggenda.
Si è sempre relazionato il male causato dalle donne alla forza erotica e provocatrice del suo corpo come se essa fosse una caratteristica intrinseca del genere femmine e non dipendesse invece dall’uso che ne viene fatto. Mercedes Arriaga Floréz ricorda come “esista una collezione di prototipi femminili in cui la bellezza o l’uso dell’erotismo (…) provocano ogni tipo di disgrazia”. L’elenco è lungo: Eva, Elena di Troia, Didone, Cleopatra ecc. Ma c’è forse da chiedersi: perché rimane più alla storia, più inculcato nell’immaginario collettivo un personaggio come Cleopatra rispetto ad Ah Hotep? Perché non si studia la vita di donne gloriose come Zenobia e Budicca?
E soprattutto, perché si sono sempre celebrati gli eroi di guerra, i patrioti, i pirati, i Robin Hood in giro per il mondo, e le donne passate alla storia sono tutte perverse assetate di potere? Come se non ci fosse uno stuolo di esempi al femminile rappresentati gli stessi “valori eroici”. Per dirlo con le parole di Gisele Bock, “una storia che non tiene conto della metà dell’umanità è molto meno di una storia a metà perché senza le donne non può rendere giustizia neanche agli uomini e viceversa”. A quanto pare c’è stato sempre qualcosa di sbagliato nel ritrarre una donna armata, come se questa fosse stata sempre chiamata fuori dal combattimento. Si dimostrerà in questo scritto come non sia stato affatto sempre così e si spiegherà perché si sia parlato per anni di “arte della guerra” demonizzando la donna che la pratica.
Nella cultura occidentale una sicura influenza la ebbe la condanna biblica in riferimento all’utilizzo dei vestiti, visto che nel Deuteronomio si dice: “la donna non si metterà un indumento da uomo né luomo indosserà una veste da donna; perché chiunque fa tali cose è in abominio al Signore tuo Dio”. Mai mettersi “nei panni di un uomo”, quindi, letteralmente e metaforicamente. La divisione dei ruoli della Storia non ha mai tollerato tali invasioni di campo, tanto da stigmatizzare e mistificare le donne che hanno fatto “cose da uomini”, per poi ogni qualvolta trasformarle o rappresentarle in feroci Erinni, streghe, eretiche, briganti ecc.

Le amazzoni

Le prime fonti storico-letterarie che introducono una donna guerriera sono greche. I greci, infatti, narravano delle amazzoni, guerriere feroci e selvagge che odiavano gli uomini e uccidevano i figli maschi. Erodoto le collocò in una regione situata ai confini della Scizia, nella Sarmazia e le chiamò Androktones (“assassine di uomini”), prendendo spunto dal termine scita “Oiorpata”:

gli Sciti chiamano le Amazzoni Oiorpata, nome che in greco significa “quelle che uccidono i maschi”: oior vuol dire “maschio” e pata “uccidere”.

Sulle rive del fiume le amazzoni, guidate dalla regina Ippolita, subirono la sconfitta da Teseo e gli ateniesi come racconta Erodoto nel IV libro delle sue Storie. Fatte prigioniere, furono caricate su tre imbarcazioni ma proprio qui riuscirono a sterminare l’equipaggio. Incapaci di navigare, andarono alla deriva fino a naufragare a Cremni, dove vivevano gli Sciti. Qui, cominciarono a razziare i beni degli indigeni. Lo storico di Alicarnasso narra delle amazzoni come delle donne totalmente “fuori posto” che causavano sbigottimento fra gli uomini:

Gli Sciti non riuscivano a capire la faccenda: non conoscevano né la lingua né l’abbigliamento né la razza delle Amazzoni, pieni di stupore si chiedevano da dove mai fossero usciti quei tipi; credevano che fossero maschi in giovanissima età, e ingaggiarono battaglia con loro. Poi, dopo la battaglia, gli Sciti si impadronirono dei cadaveri e si accorsero così che si trattava di donne. Si consultarono sul da farsi e decisero di smettere assolutamente di ucciderle e di mandare da quelle donne i loro ragazzi più giovani, tanti quante calcolavano che fossero esse. I giovani dovevano accamparsi vicino alle Amazzoni e comportarsi esattamente come le Amazzoni; se esse li attaccavano non dovevano battersi, ma fuggire; quando l’inseguimento fosse cessato, dovevano tornare ad accamparsi vicino a loro. Escogitarono tale tattica gli Sciti, perché desideravano avere figli da quelle donne
Superato lo shock culturale di vedere delle donne combattere, gli sciti pensano bene di passare al corteggiamento. L’approccio, a distanza di millenni, sembra quello dei ragazzi nella fila del bagno di una discoteca. L’amazzone si apparta nella boscaglia per fare pipì e lo scita la segue, anche lui nudo. I due si piacciono e si uniscono carnalmente:

Non potendo parlargli, dato che non si comprendevano, gli fece capire a gesti di tornare il giorno dopo in quello stesso luogo e di portare con sé anche un altro, indicando di venire in due; anche lei avrebbe portato una compagna. Il giovane tornò al proprio campo e raccontò agli altri l’accaduto; il giorno dopo tornò nel posto indicato conducendo con sé un compagno e trovò la prima Amazzone ad aspettarlo con una seconda. Gli altri giovani, quando vennero a saperlo, si ammansirono a loro volta le Amazzoni restanti.

Dalle “uscite a quattro” fino alla vera e propria convivenza, dovuta alla scelta delle due comunità di unire l’accampamento. Queste donne non avevano solo qualità fisiche e belliche. Scrive Erodoto: “i mariti non furono capaci di imparare la lingua delle mogli, ma le mogli compresero il linguaggio dei mariti”. Una capacità empatica che veniva accompagnata da una grande fiera consapevolezza di sé, della propria dignità e dalla volontà di essere allo stesso tempo, donne e guerriere. Infatti, quando gli uomini le chiedono di seguirli nei villaggi sciti, le donne gli rispondono con fermezza:

Noi non potremmo abitare insieme con le vostre donne: le nostre usanze e le loro sono ben differenti; noi tiriamo con l’arco, scagliamo lance, andiamo a cavallo e non abbiamo mai imparato i lavori femminili; invece le vostre donne delle cose che abbiamo detto non ne fanno nessuna: attendono invece ai lavori femminili restando sui carri, a caccia non ci vanno, non si muovono mai. Non potremmo andare d’accordo con loro. Perciò se volete tenerci come mogli e mostrarvi giusti, andate dai vostri genitori, prendete la parte dei beni che vi spetta e tornate qui; dopodiché ce ne vivremo per conto nostro.

Le amazzoni vogliono essere le loro “mogli” ma non vogliono essere “le loro donne”. Non vogliono essere come loro, e dover rinunciare alle usanze di cacciatrici e guerriere. Ovviamente, mettendoci tutta questa determinazione, ottennero quello che volevano:

Quando ebbero ottenuta la parte dei beni loro spettante e furono tornati dalle Amazzoni, le donne dissero ancora: “Noi abbiamo paura, anzi terrore, di dover vivere in questo paese, dopo avervi sottratto ai vostri padri e dopo i molti danni arrecati ai vostri territori. Voi ci ritenete degne di esservi mogli, ecco allora come dobbiamo fare, noi e voi insieme: allontaniamoci da questo paese, andiamo ad abitare al di là del Tanai”. E anche in questo i giovani obbedirono.

È veramente emblematico il “anche in questo obbedirono”. E la cosa che più colpisce della prosa di Erodoto è il fatto che le amazzoni riescano, con totale naturalezza, in questa imposizione della loro volontà, ribaltando il sistema di valori prestabilito. Guerriere e cacciatrici: hanno ucciso, sono vestiti “da uomini” ma sono straordinariamente donne. Non nello loro “usanze”, ma nella loro razionalità, nella loro femminilità, nel loro orgoglio.
In certe versioni del mito, nessun uomo poteva tenere relazioni sessuali, o vivere nella comunità amazzone. Una volta all’anno per preservare la sua razza dall’estinzione, le amazzoni visitavano i Gargari, una tribù vicina. Secondo Erodoto, i figli maschi che nascevano da queste relazioni venivano uccisi, e per questo le amazzoni sì meritavano la nomea di androktones, oppure venivano mandati indietro dai suoi genitori o abbandonati. Mentre le bambine erano cresciute dalla madri, e allevate alla pratiche agricole, alla caccia e all’arte della guerra.
La figura delle amazzoni ebbe, ovviamente, una straordinaria fortuna epico-letteraria. Nell’Iliade di Omero, le amazzoni furono chiamate Antianeira (“coloro che lottano come uomini”). Le amazzoni appaiono anche nel mito di Giasone e gli Argonauti, che arrivati all’isola di Lesmo, scoprono che questa è abitata solamente da donne e governata dalla regina Ipsipile. Apollonio da Rodi scrisse che le donne ricevettero Giasone ed i suoi compagni in formazione da battaglia.
Addirittura i biografi di Alessandro Magno menzionano come una delle regine degli amazzoni, Talestri, avrebbe visitato il grande re macedone e avuto un figlio da lui. Nelle opere d’arte, le battaglie fra amazzoni erano collocate nello stesso livello, e frequentemente associate, con le battaglie fra Greci e centauri. Le Amazzoni erano frequentemente illustrate in battaglia nell’arte greca contro guerrieri ellenici in quello che diventa un vero e proprio genere: l’amazzonamachia.
La loro immagine, invece, una volta che furono introdotte nella poesia e nell’arte nazionale del popolo greco, fu alterata gradualmente, passando ad avere sempre più l’aspetto di esseri fuori dal comune. Le loro occupazioni erano la caccia e la guerra: le loro armi: l’arco e la freccia, lance, il labrys, un mezzo-scudo, sul modello di quello utilizzato dalla dea Atena. Nell’arte successiva il loro aspetto si avvicinò a quello di Artemide, e vestirono vesti fini, e a volte anche vestiti di origini persiana. Spesso erano ritratte montate a cavallo, e possono essere identificate nelle pitture per il fatto di usare solo un orecchino.
Ippocrate descriveva le amazzoni come donne diverse da tutte gli altri: “donne che cavalcano, tirano con l’arco e lanciano il giavellotto stando in groppa ai cavalli. Restano vergini finché non hanno ucciso tre nemici”. Il celebre medico sosteneva che le amazzoni non avessero il seno destro, perché fin dall’infanzia venivano marchiate a fuoco con uno strumento di bronzo rovente, per bloccarne lo sviluppo. Si riteneva così che la forza e il potere sarebbero stati dirottati verso la spalla e il braccio destro. Anche secondo altre testimonianze, come quelle di Diodoro Siculo, questa stirpe guerriera usava tagliarsi il seno destro per tirare meglio con l’arco.
Le amazzoni, inoltre, disimpegnarono un ruolo importante nella storiografia romana. Quando con l’appoggio del suocero Pisone e del genero Pompeo. Cesare ottenne per legge (la lex Vatinia) il proconsolato della Gallia Cisalpina, dell’Illirico e della Gallia Narbonese, si beò delle sue conquiste in senato. Quando lo schernirono dicendogli “che la cosa non sarebbe stata facile ad una femmina” rispose ricordando la conquista di grandi regioni asiatiche da parte delle amazzoni, che continuarono ad essere viste per tutta la tarda antichità come personaggi storici.
Anche alcuni dei primi intellettuali cristiani parlano delle amazzoni come persone reali. (Solino, Claudiano, Giustino di Nablus). e autori mediovali e rinascentisti attribuivano alle amazzoni l’invenzione delle asce da combattimento, il che probabilmente aveva a che vedere con il sagaris, un’arma simile alla scure utilizzata dalle tribù scite.
Secondo il classicista Peter Walcot, “quando i greci collocavano geograficamente le amazzoni, fosse in qualche punto del mar Nero, nel distante nordest, o in Libia, nel più lontano sud, sempre venivano situate aldilà dei confini del mondo civilizzato. Le amazzoni esistevano fuori dalla gamma della normale esperienza umana”. Una donna guerriera: una cosa così impensabile da farla diventare leggenda, da confinarlo fuori dal mondo conosciuto e civilizzato. Non ci si può stupire di queste considerazioni in una cultura i cui i massimi esponenti ritenevano la donna un “errore di natura”, come Aristotele. Eppure le speculazioni sull’idea che il mito delle amazzoni possa contenere un fondo di realtà si è basate negli ultimi anni sulle scoperte archeologiche, soprattutto il rinvenimento di tombe nella regione russa delle montagne Altai e della Sarmazia che portarono alcuni studiosi a sostenere che la leggenda delle amazzoni possa essere stata “inspirata da guerriere reali”.

Ah-hotep

Anche la storia dell’Antico Egitto ebbe straordinarie protagoniste. Certo, l’immaginario collettivo si è sempre soffermato su Cleopatra, le cui strategie di potere erano ben lontane dal campo di battaglia, mentre diverse regnanti sono conosciute solo dagli studiosi.
È il caso di Ah-hotep, figura importantissima nel Nuovo Regno, tanto da essere considerata come la fondatrice della XVIII dinastia. Vissuta tra il 1590 e il 1530 a.c., alla morte di suo fratello Taa II durante la campagna contro gli hyksos Ah-hotep ascese al potere a causa della sua giovane età del figlio Ahmose. Sotto la sua reggenza avvenne la pacificazione dell’Alto Egitto e l’espulsione dei ribelli che avrebbero cercato di impadronirsi di Tebe, nella cui necropoli fu rinvenuta la mummia della sovrana nel 1859.
Purtroppo, i resti della regina andarono persi a causa dell’inettitudine del governatore di Qena che, a metà dell’800, ordinò di aprire il sarcofago e saccheggiarlo, riducendo letteralmente in polvere la mummia. A quell’epoca però, nello stesso sito archeologico, l’egittologo Auguste Mariette scoprì un tesoro: tra i vari oggetti un pugnale d’oro e un’ascia con un manico di legno di cedro laminato d’oro. Furono rinvenute anche tre mosche d’oro, una sorta di decorazione militare del tempo. Insomma, tutti elementi che ci possono suggerire l’indole militare e leaderistica di. Ah-hotep. Così, divenne nota come la regina guerriera, tanto da essere onorata con una stele nel tempio di Amon-Ra che ne elogiava il valore militare, e che fu commissionata da Ahmose I.

Fu Hao

Si può essere donna, sacerdotessa e generale militare allo stesso tempo. È la storia di Fu Hao, la cui stella brillò nella Cina della dinastia Shang, intorno al 1200 a.c.. Consorte (una delle tante) del re Wu Ding che era solito “controllare” la fedeltà delle tribù vicine sposandone una donna appartenenti, Fu Hao (che era una delle 60 mogli), entrata nella casa reale attraverso il matrimonio, approfittò del sistema semi-matriarcale per scalare posizioni. La maggior parte delle informazioni che abbiamo su Fu Hao ci sono pervenute grazie alla scoperta della tomba, avvenuta nel 1976 nella regione del Yinxu.
Gli archeologi la identificarono facilmente, visto che il suo nome è stato trovato nelle iscrizioni bronzee sulla tomba e molto ci dicono le ossa oracolari (ossa o gusci di animali iscritti e usati nella divinazione reale). Queste ci mostrano come Fu Hao fu coinvolta in due aspetti della vita che non erano normalmente aperti alle donne, partecipando a cerimonie rituali e attività militari, conducendo numerose campagne contro le vicine tribù Tu, Ba, Yi e Qiang. Un osso oracolare, ad esempio, narra come la regina avesse riunito i soldati per la campagna contro la tribù Tu, combattuta dagli Shang per generazioni e generazioni fino a quando furono finalmente sconfitte proprio sotto Fu Hao, in una unica battaglia decisiva.
L’esercito della regina poteva contare con 13.000 soldati, rendendola il capo militare più potente del suo tempo. Ciò è stato confermato dalle armi, tra cui grandi asce da guerra, portate alla luce nella sua tomba, ora aperta al pubblico.

Artemisia I di Caria

Anche una delle più celebri battaglie della storia dell’umanità, quella di Salamina che vide i Greci contro i Persiani, ebbe una donna in primo piano, in un ruolo da protagonista.
Si tratta di Artemisia I di Caria, sovrana della Ionia, zona clientelare persiana, vissuta nel V sec. a.c . Artemisia era una donna stimata dal re Serse, a cui non lesinava consigli troppo spesso, però, inascoltati.
Il re ignorò, infatti, il suo avvertimento a non attaccare i Greci via mare dando proprio alla sovrana la responsabilità di cinque triremi nella scontro decisivo di Salamina del 480 a.c. Ad un certo punto, i greci attaccarono proprio la sue trireme, ma lei riuscì a fuggire e a mettersi in salvo in modo rocambolesco, grazie ad un incredibile abbaglio generale che, a dir la verità, ha poco di epico. Durante una manovra di alleggerimento da un attacco greco, facendo virare la propria nave, Artemisia urtò un vascello alleato perforando la chiglia e affondandolo. I greci pensarono ad una nave greca e cessarono l’inseguimento, Serse invece pensò che la nave affondata appartenesse all’esercito nemico ed elogiò il coraggio e l’ardore della sovrana.

Da una parte le riuscì così di scampare e di evitare la morte; dall’altra le toccò di veder crescere la sua stima presso Serse, pur avendo combinato un disastro e anzi proprio per questo. Pare infatti che il re, che stava osservando, si accorgesse della manovra di speronamento, e quando uno dei presenti esclamò: “Signore, guarda Artemisia come si batte bene! Ha affondato una nave nemica!”, lui chiese se davvero quell’impresa era opera di Artemisia; e gli altri glielo confermarono, ben conoscendo l’insegna della nave: lo scafo distrutto fu creduto nemico. Fra l’altro, a quanto si narra, le andò anche bene che nessuno della nave di Calinda abbia potuto salvarsi per accusarla. Pare che Serse abbia allora così commentato l’informazione ricevuta: “Gli uomini mi sono diventati donne, e le donne uomini”. Questa fu la frase pronunciata da Serse.

“Sono diventati donne e le donne uomini”, è la summa amara di Serse. Suona come un complimento se pensiamo che a pronunciarlo è uno dei tiranni più sanguinari della storia. È infatti curioso l’esempio di Artemisia se lo si confronta e contrappone ad una “Storia” che è solita togliere i meriti alle donne.
Gli Ateniesi reagirono allo smacco in un modo diverso: per ristabilire l’ordine di un mondo altrimenti alla rovescia, promisero una ricompensa di mille dracme per la cattura di Artemisia viva “tanto ritenevano intollerabile che una donna venisse a far guerra ad Atene”. È la stessa magnifica Atene del V secolo, emblema de la “polis” greca, e culla della democrazia dove la vita sociale delle donne libere era limitata alla procreazione e alla vita domestica, non avendo accesso alle cariche pubbliche, né ad un’istruzione adeguata, e essendo obbligate, in età preadolescenziale, ad andare in sposa ad uomini che sarebbero potuti essere i padri.
Artemisia fu comunque una militare valida e fortunata quanto una consigliera a torto inascoltata. Se la battaglia navale di Salamina fu un vero e proprio tracollo per l’esercito persiano, in quanto furono affondate duecento navi persiane contro le quaranta triremei perdute dalla flotta ateniese, lo si deve alla testardaggine di Serse.

Le sorelle Trung

Nel lontano Vietnam, ogni quindicesimo giorno del primo mese lunare è festa nazionale, e si celebra con una una parata di 150 donne e 150 uomini in abiti tradizionali. È il giorno in cui si commemorano le due eroine nazionali: le sorelle Trung, militari vietnamiti che riuscirono al comando del loro esercito a respingere le invasioni cinesi per tre anni consecutivi.
Per raccontare la loro storia bisogna risalire al 111 a.c. quando i cinesi annessero il Vietnam, vi mandarono molti ufficiali governativi a coprire le cariche amministrative, mantenendo un sistema feudale di basso, sotto la guida di signorotti vietnamiti asserviti al regime. Nel 39 d.C. a causa della ribellione di alcuni feudi il governatore cinese Chiao Chi decise di fare guerra a questi “signori” vietnamiti. Uno di essi, marito di Trung Trac, venne assassinato.
Trung Trac era una donna che aveva ricevuto una educazione, possedeva un carattere forte ed era abile nell’arte militare. Chiamò a se la sorella Trung Nhi e assieme a quelli che si erano ribellati e organizzò la resistenza armata contro i cinesi dando vita alla prima grande rivolta nella storia del Vietnam e riuscendo a far ritirare i cinesi. Del Vietnam furono dichiarate regine fino al 43, quando i cinesi, riorganizzatosi, riconquistarono il nord. Le sorelle Trung, sconfitte, per non cadere in mani cinesi si lasciarono eroicamente affogare nel fiume Hat Giang.
In seguito, nella città di Me Linh, sul fiume Rosso, dove le Trung avevano stabilito la capitale, è stato costruito un tempio che le venera.; ancora adesso in tutto il paese continuano ad essere considerate un esempio di ispirazione rivoluzionaria contro l’invasore straniera.

Budicca

Era una donna molto alta e dall’aspetto terrificante. Aveva gli occhi feroci e la voce aspra. Le chiome fulve le ricadevano in gran massa sui fianchi. Quanto all’abbigliamento, indossava invariabilmente una collana d’oro e una tunica variopinta. Il tutto era ricoperto da uno spesso mantello fermato da una spilla. Mentre parlava, teneva stretta una lancia che contribuiva a suscitare terrore in chiunque la guardasse
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, 62, 2).

Donne contro colossi, contro imperi invincibili. Combattendo per la loro terra fino al sacrificio finale. Paragonabile alla vicenda delle sorelle Trung c?è la storia dell?eroina inglese Budicca. Questa donna era sposata con il re degli Iceni (Inghilterra orientale) che aveva fatto un patto con i romani diventando un alleato dell’impero romano. Alla morte del marito, assunse la guida del suo popolo nonostante i Romani avessero ignorato il testamento del defunto (la legge romana riconosceva validità solo all’eredità per linea maschile).
Terre e proprietà furono confiscate e i nobili trattati come schiavi. Budicca protestò con forza: per tutta risposta, i Romani la umiliarono esponendola nuda in pubblico e frustandola, mentre le sue giovani figlie furono stuprate. L’episodio fece crescere l’indignazione fra gli Iceni che si unirono alla loro regina rivoltandosi e facendo strage di romani in molti paesi e province che erano sotto il controllo dell’Impero, distruggendo completamente Colchester e Londra. Secondo Tacito, l’esercito di Budicca non faceva prigionieri, chiunque si fosse messo sulla sua strada veniva sterminato..
Dopo alcune sconfitte, l’esercito romano si riorganizzò riuscendo a portare i ribelli di Budicca, in numero maggiore, in un terreno adatto alla tattica militare romana. Guidati dal governatore della Britannia Gaio Svetonio Paolino, i Romani riuscirono ad avere il sopravvento. Budicca, come le sorelle Trung in Vietnam, si diede la morte, avvelenandosi per non cadere nelle virili mani nemiche che già l’avevano umiliata.
Aldilà della descrizioni mostruose che ne vengono fatte, (una mostruosità che spesso si associò al fatto che ci fosse una donna a combattere ed a comandare), Budicca combatté per dei principi, per il suo popolo e per il suo orgoglio ferito di donna e madre, come ricorda Tacito:

Budicca, portando sul carro dinnanzi a sé le due figlie, scorreva le file e a ciascuna delle genti alle quali si avvicinava dichiarava che era pur consuetudine per i Britanni combattere agli ordini di donne, ma che in quel momento essa non voleva vendicare, come discendente di nobili antenati, la perdita del regno e delle ricchezze, ma, come una donna qualunque, chiedeva vendetta per la perdita della libertà, per l’offesa recata al suo corpo fustigato, per il violato pudore delle sue figlie.
Le brame dei Romani erano giunte a tal punto da non lasciare inviolati né i corpi, né la vecchiezza, né la verginità. Era pur giunta l’ora delle giuste vendette degli dei; la legione che aveva osato attaccare battaglie era stata tagliata a pezzi, gli altri stavano nascosti negli accampamenti, o spiavano la possibilità di una fuga.
I Romani non avrebbero neppure potuto sopportare il fragore e le grida di tante migliaia d’uomini, e neppure la violenza degli assalti; se i Britanni avessero considerato la forza dei loro eserciti e le ragioni della guerra, avrebbero dovuto, in quella battaglia, o vincere o morire. Questo, lei, donna, aveva comandato a sé; gli uomini conservassero pure la vita e si piegassero a servire.

Budicca fu una donna che vide nei Romani un popolo machista (sicuramente più del suo), spietato, rozzo, e che concentrò nella sua orgogliosa resistenza anche una difesa di tutto il genere femminile. In un mondo in cui il potere e il mezzo da cui questo deriva, la guerra, sono appannaggio dell’uomo, combattere per una donna prende la connotazione di una lotta di genere, di una presa di coscienza, di una discesa in campo nella “querelle” femminile. Tutti motivi evidenti anche nella seguente eroina, all’interno di questo excursus storico.

Triêu Thi Trinh

“Mi piacerebbe cavalcare le tempeste, uccidere gli squali in mare aperto, scacciare gli aggressori, riconquistare il paese, allentare i legami della servitù della gleba, e non piegare mai la schiena per essere la concubina di nessun uomo”.

Molte strade in Vietnam portano il nome di Trieu Trinh Thi, la guerriera vietnamita che nel III secolo lottò in chiave anti-cinese divenendo una eroina per la sua gente. Alla sua nascita, la sua provincia era controllata dal governo del Regno Wu, uno dei tre grandi regni dell’antica Cina. Trieu rimase orfana molto presta e fu trattato come uno schiava fino all’età di 20 anni, quando riuscì a fuggire nella foresta e creare un esercito di 1.000 guerrieri, uomini e donne, con cui riuscì a liberare la zona della dominazione cinese in Vietnam. A 23 anni, aveva sconfitto circa trenta battaglioni del regno dei Wu. Alcune rappresentazioni ritraggono Trieu in battaglia montata su un elefante, indossando un’armatura d’oro e brandendo due spade.

Zenobia

Nel novero delle grandi guerriere del passato non può certo mancare Zenobia, la regina di Palmira (Siria) e moglie di Odenato che nel 260 ricevette dall’imperatore romano Gallieno il titolo di governatore di tutto l’Oriente, in riconoscimento della sua vittoria sul re persiano Shapur. Odenato, che si faceva chiamare “re dei re”, in realtà doveva i suoi successi al coraggio e alla cautela di Zenobia che alla morte del marito regnò come reggente del figlio (Vaballato) nella meravigliosa Palmira, capitale del regno di Siria che ha governato per oltre 20 anni col sogno e l’ambizione non solo di mantenersi autonoma da Roma, ma di creare un impero d’Oriente da affiancare a quello romano.
Per i primi anni Zenobia si era limitata a conservare e rafforzare il regno lasciatole da suo marito e a tenere buoni rapporti con Roma ed in un primo tempo l’imperatore Aureliano tollerò e forse accettò l’intraprendenza di Zenobia, anche perché le riconosceva essere un’ottima amministratrice di stati. Ma quando Zenobia iniziò ad attribuirsi in pubblico titoli divini (il più celebre dei quali era “discendente di Cleopatra”), a presentarsi avvolta in un manto purpureo, a farsi chiamare imperatrix, a battere monete con la propria effigie ed avere successi espansionistici (conducendo lei stessa il suo esercito a cavallo), Aureliano ritenne che fossero troppe libertà per una donna al comando di uno stato satellite e si allarmò.
Così l’imperatore inviò i suoi migliori comandanti per sconfiggere Zenobia, ma ci vollero quattro anni di assedi e battaglie a Palmira per conquistare la città e ridurre in schiavitù Zenobia e le nove regine (tutte donne) delle province alleate. Zenobia, legata con delle catene d’oro, venne portata a Roma a esibita come trofeo durante le celebrazioni per il trionfo di Aureliano nel 274. Poi, secondo la maggior parte delle fonti, le fu consentito ritirarsi a vita privata in una villa di Tivoli, divenendo compagna o sposa di un senatore, e partecipò fino alla morte alla vita mondana della capitale.
Su di lei scrive il classicista Edward Gibbon che il “suo maschio intelletto era rinvigorito ed adornato dallo studio” e che non era ignara della lingua Latina, e possedeva con ugual perfezione il linguaggio Greco, l’Egiziano e il Siriaco”.
Gibbon ricorda anche come Aureliano si sia dovuto “giustificare” di fronte ai suoi sudditi e al senato per aver incontrato così tante difficoltà a sconfiggere Zenobia:

Il popolo Romano – dice Aureliano in una lettera originale – parla con disprezzo della guerra, che io sostengo contro una donna. Egli non conosce il carattere, nè la potenza di Zenobia. È impossibile di enumerare i suoi bellici preparativi di pietre, di dardi, e di ogni sorta di armi lanciabili. Ogni parte delle mura è munita di due o tre baliste, e dalle sue macchine militari escono fuochi artificiali.

Aureliano la omaggiò in senato ma non sappiamo se era per reale stima o solo per “vergogna”, in un periodo, il romano tardo antico, di grande emarginazione delle donne dalla vita socio-culturale.

Giuditta

Ci fu una guerriera in Africa che con il suo esercito porto alla distruzione di un glorioso e antico regno. L’antico regno di Axum, infatti, grande e fiorente snodo commerciale dell’Africa Orientale dal IV sec. a.c. in poi, arrivò alla totale dissoluzione alla fine del X sec a causa dell’invasione della regina pagana Giuditta, che fece sprofondare l’intera regione in un periodo buio del quale si sa davvero poco.
Le cronache etiopi riportano che una regina di nome Gudit o Yodit (che significa Giuditta ma anche demone) distrusse il regno e ne bruciò tutte le chiese e le Sacre Scritture cercando di eliminare tutti i membri della dinastia regnante, i discendenti della regina di Saba. Ma mentre sono storicamente provate sia l’invasione straniera sia il rogo dei luoghi di culto copti, l’esistenza di questa terribile sovrana non trova d’accordo tutti gli studiosi. Un’altra possibilità è che il potere axumita terminò a causa di un’altra regina pagana chiamata Beni al-Hamwiyah, forse della tribù al-Damutah. In ogni caso, un’altra donna. Molte di queste vicende sono state “trasmesse” dalla tradizione orale che narra come Giuditta abbia ucciso l’imperatore e sia salita al trono per 40 anni. Ancora oggi, storie sulla sua violenza e la crudeltà sono ancora raccontate da contadini delle comunità del nord dell’Etiopia.

Matilde di Canossa

Facendo un grande salto temporale, fino al medioevo, è impossibile non menzionare l’italica vicenda di Matilde di Canossa, nobile e guerriera, fra le principali sostenitrici di Papa Gregorio VII durante la “lotta per le investiture”. In questo periodo di continue battaglie, di intrighi e scomuniche, Matilde sopportò grandi dolori e umiliazioni, ma mostrò anche un’innata attitudine al comando.
Il nome Matilde di origine germanica, che significa appunto “possente in battaglia”, si può dire sia stato per certi versi profetico di questo suo singolare destino. Figlia di Bonifacio di Canossa e Beatrice di Lotaringia, fu educata alle arti militari e si sposò con Goffredo IV, duca della Bassa Lorena, tenendo come unica figlia Beatrice. Con la morte di sua madre e suo marito nel 1076, ereditò un territorio che andava dal Lazio al lago di Garda. In questo momento la querelle fra il Papa e Enrico IV giunse ad un punto di crisi e nel castello di Canossa, dove il papa in quel momento era ospitato, l’imperatore fece la sua celebre penitenza. Nel 1081 aveva perso dei possedimenti ma rimase ancora a lungo come intermediario tra il papa e il nord Europa.
Alla morte di Papa Gregorio guidò un esercito a Roma per sostenere l’elezione di Vittorio III e nel 1090 si sposò di nuovo con Guelfo II di Baviera, un matrimonio di convenienza, che avrebbe rafforzato la sua posizione politica. Prima delle nozze, la quarantatreenne Matilde inviò una emblematica lettera al suo futuro sposo:

Non per leggerezza femminile o per temerarietà, ma per il bene di tutto il mio regno, ti invio questa lettera accogliendo la quale tu accogli me e tutto il governo della Longobardia. Ti darò tante città tanti castelli tanti nobili palazzi, oro ed argento a dismisura e soprattutto tu avrai un nome famoso, se ti renderai a me caro; e non segnarmi per l’audacia perché per prima ti assalgo col discorso.

Lucidissima e trasparente. Matilde andava al sodo, senza preoccuparsi di eufemismi e formalità. La duchessa concluse la missiva con la sua idea sull’uguaglianza di genere:

È lecito sia al sesso maschile che a quello femminile aspirare ad una legittima unione e non fa differenza se sia l’uomo o la donna a toccare la prima linea dell’amore, solo che raggiunga un matrimonio indissolubile. Addio

Nel 1095 si fronteggiò di nuovo con Enrico che cercava di entrare in possesso del suo castello a Novara, costringendolo alla ritirata. Enrico dopo due anni lasciò l’Italia, e Matilde riacquistò tutto il suo potere continuando a sostenere il papato in diverse spedizioni militari di successo a Ferrara (1101 ), Parma (1104), Prato (1107), e Mantova (1114). Nel 1111 fu incoronata viceré della Liguria dallo stesso Enrico.
Dopo la sua morte le sue province furono frammentate, dando luogo a diverse città-stato indipendenti. Il corpo di Matilde di Canossa giace nella Basilica di San Pietro dal 1645, unica donna insieme alla regina Cristina di Svezia e alla polacca Maria Clementina Sobieski. La sua tomba, chiamata Onore e Gloria e scolpita dal Bernini, ne risalta le caratteristiche di fiera e indomita condottiera.
Era piena di passione, priva di senso dell’umorismo e facile al pianto. Si confessava ogni mattina all’alba vestita da popolana penitente ma quando montava a cavallo si vestiva di tutto punto e si ornava con speroni d’oro. Qualsiasi signore, fosse anche di sangue reale, che passava per le sue terre era tenuto a piegare il ginocchio e riverirla come una sovrana; cosi che Matilde fu un personaggio non privo di grandezza, ma più che spirituale, estremamente umana.

Sichelgaita

Contemporanea di Matilde fu Sichelgaita, principessa di Salerno e seconda moglie di Roberto il Guiscardo duca di Altavilla che spesso accompagnò nelle sue conquiste e trattò vanamente di farlo desistere dall’attaccare l’Impero bizantino. Anche in questa avventura fu al suo fianco, tanto da combattere in prima persona e armata di corazza nella celebre la battaglia di Durazzo (1081), in cui guidò le truppe del marito quando queste furono inizialmente respinte dall’esercito avversario. Secondo la cronista bizantina Anna Comnena, Sichelgaita era “come un’altra Pallade, se non una seconda Atena”.
Nel 1083 Sichelgaita tornò in Italia insieme a Roberto per difendere papa Gregorio VII contro l’imperatore Enrico IV e fu insieme al marito in una seconda spedizione contro i Bizantini, nella quale Roberto perse la vita a Cefalonia (1085).
Negli ultimi anni della sua vita si dedicò allo studio della medicina e dell’erboristeria presso la Scuola medica salernitana, che all’epoca rappresentava un polo di eccellenza nel campo medico-officinale. Tutte queste conoscenze in una donna potevano costarono un’infamante accusa: quella di aver tentato di avvelenare il figliastro Boemondo di Taranto, che Roberto aveva avuto dal primo matrimonio.
Eppure i due, matrigna e figliastro, giunsero all’accordo in base al cui la successione di Roberto sarebbe andata al primo figlio nato dal matrimonio tra Roberto e Sicheilgaita, il futuro duca Ruggero Borsa e gli attriti fra i due fratellastri furono attenuati dall’intervento del Papa Gregorio VII.

Tamara di Georgia

Un piccolo e debole paese dell?ex Unione Sovietica. Questo è adesso nell?immaginario collettivo la Georgia. Non tutti sanno però che l?epoca di massimo splendore di questo piccolo territorio si ebbe proprio sotto il governo di una donna di nome Tamara.
Figlia del re Giorgio III, fu eletta dal padre ad erede e co-governante nel 1178, a quanto pare, per prevenire le eventuali controversie per la successione. Tamara dovette comunque affrontare una forte opposizione della aristocrazia volta a ostacolare la sua ascesa e il controllo totale del potere dopo la morte di suo padre. Nonostante questo, riuscì a neutralizzare le rivalità interne ed a essere la regina della Georgia dal 1184 fino al 1213: la prima donna a governare il regno per diritto proprio. Intraprendendo una serie di spedizioni contro i selgiuchidi e bizantini, guadagnò una straordinaria fama di condottiera, portando la Georgia a raggiungere l’apice politico, culturale ed economico che valse a Tamara il soprannome “Re dei Re e la Regina delle Regine”.
La sovrana svolse sempre un ruolo attivo nella conduzione del suo esercito, dalla cui elite fu sempre sostenuta. Tamara fu in grado di continuare il processo d’espansione dell’impero cominciato dai suoi predecessori, dominando il Caucaso e sconfiggendo i confinanti stati musulmani. L’età dell’oro georgiana terminò due decenni dopo la morte della sua sovrana, a causa dell’invasione delle truppe mongole di Gengis Khan che sconfissero pesantemente il figlio di Tamara, Alessio, in Azerbaigian.
L’evidente relazione di questo grande periodo politico-culturale con la reggenza di una donna ha portato ad una idealizzazione della sua immagine: canonizzata dalla Chiesa ortodossa georgiana, Tamara è un simbolo importante nella cultura popolare della Georgia, paese in cui una buona parte delle donne portano il suo nome.

Giovanna d’Arco

Giovanna d’Arco è forse la donna guerriera “che non ha bisogno di presentazioni”. Questo per l’enorme impatto e interesse suscitato, e per l’incredibile mole di letteratura, studi, filmografia relazionata al suo nome. Ha sempre affascinato, ed a ragione, la storia di questa ragazza di umili e contadine origini che al culmine della Guerra dei Cent’anni, stravolge il destino della sua nazione.
Nata nel 1412 nel villaggio di Domrémy, Francia, all’età di 13 anni la giovane Joan cominciò a sentire delle voci sacre che le dicevano di dover salvare la Francia dagli inglesi. Appena compiuti 16 anni, Giovanna riuscì a farsi ricevere da Carlo VII, non ancora incoronato, che riconobbe “miracolosamente” nonostante si fosse mischiato ai cortigiani. Giovanna rassicurò l?aspirante sovrano sul fatto di essere veramente figlio di Carlo VI, conquistandone la piena fiducia tanto da, forse anche per la disperazione della fazione francese, essere incaricata di organizzare le truppe e mandare un ultimatum agli inglesi. Giovanna guidò i suoi uomini verso l?assediata Orleans: pur essendo in inferiorità numerica, trascinati dal coraggio, la forza, la perseveranza e, bisogna dire, la fede della sua condottiera (che fu ferita al petto), i francesi indussero al ritiro gli inglesi dopo molti giorni di battaglia.
In seguito a numerose vittorie, Giovanna riuscì a far incoronare Carlo VII nel 1429. A soli 17 anni, era l’unica persona al comando dell’esercito di una nazione come la Francia. Poco a poco, però, la sua fortuna si fu affievolendo fino a che fu fatta prigioniera dai Borgognoni nel 1430 e venduta agli inglesi che la portarono a Rouen. Il vescovo di Beauvais, dopo un falso processo per eresia, stregoneria e atti illeciti (ovvero, si era vestita da uomo) la condannò a morte e la fece bruciare al rogo. Il suo processo fu poi dichiarato nullo dal Papa, e fu canonizzato come santa molti anni dopo, nel 1920.
Una storia assolutamente incredibile e densa di enigmi, a carattere occultistico, sociologico ma anche politico e militare. Come è stato possibile che una ragazza analfabeta e di umili origini abbia condotto una nazione allo sbando, senza nemmeno un re nominato ma solo con un reggente, a risollevarsi politico-militarmente? Perchè Giovanna fu considerata una strega? Per essere una donna “fuori posto”? una nemica? Una guerriera dai capelli corti e dai costumi moderni?
Giovanna d’Arco rimane uno straordinario esempio di donna – guerriera nella quale le doti interiori, comunque, prevalsero sulla fisicità. Fu documentato, storicamente, che rimase sempre in prima linea accanto ai propri soldati e fu ferita due volte in due anni. Per quanto umiliata, Giovanna dimostrò sempre di possedere una grandissima fede, che non perse nemmeno durante il rogo.

Le amazzoni contro i conquistadores

L’esploratore spagnolo Francisco de Orellana, facendosi largo nella foresta tropicale sudamericana nel 1541, affermò di aver lottato con donne guerriere che dalle rive del fiume Marañon sparavano frecce e colpi di cerbottana. Il mito si diffuse nei racconti e nei libri, addirittura facendo in modo che quelle zone ricevessero il nome delle donne guerriere della mitologia greca: il rio delle amazzoni e la foresta dell’Amazzonia.
Anche in questo caso, gli storici non si sono messi d’accordo d’accordo. Erano davvero donne-guerriere, oppure non erano altro che gli yanguas, tribù di indios indomabili e inconquistabili che portavano i capelli fino alla cintura? Il mistero delle guerriere che ricordarono ai conquistadores spagnoli le amazzoni resta irrisolto ma non sappiamo se è proprio il pregiudizio, la mistificazione, la fascinazione che viene dai riferimenti culturali a trasformare ogni volta il mito in realtà e la realtà in leggenda.

Le amazzoni africane

L’Africa: un continente con una grande tradizione di guerriere. Questo, nonastante ultimamente l’idea dell’amazzone africana sia purtroppo alterata dall’immagine del corpo di scorta personale di Gheddafi che negli anni della sua dittatura ha portato in giro per il mondo nei suoi circensi incontri ufficiali.
Risalendo indietro di qualche tempo, invece, potremmo rintracciare un vero e proprio esercito composto esclusivamente da donne: le amazzoni del Dahomey, un corpo militare fondato dal re Agadja (1708-1740). Il padre di Agadja, re Houégbadja, aveva già organizzato un distaccamento di “cacciatrici di elefanti” che aveva anche funzione di guardia del corpo. Ma Agadja ne fece delle vere e proprie guerriere. E. Chaudoin, in Tre mesi in cattività nel Dahomey, nel 1891 ne fece questo ritratto:

Esse sono lì, 4000 guerriere, le 4000 vergini nere del Dahomey, guardie del corpo del monarca, immobili nelle loro vesti militari, il fucile e il coltello in pugno, pronte a scattare al richiamo del loro signore.
Vecchie o giovani, brutte o belle, sono meravigliose da contemplare. Solidamente muscolose come i guerrieri neri, la loro attitudine è disciplinata e corretta allo stesso tempo, allineate come alla corda.

Le Amazzoni del Dahomey erano alte e fisicamente forti, vestite con una tunica, utilizzavano pugnali, asce, archi, spade corte, e lance, (fino ai fucile nell’Ottocento). Oltre a partecipare ai combattimenti, si incaricavano delle eseguire le peni capitali dei prigionieri tramite decapitazione. Molte si arruolavano volontariamente, altre, non sottomesse nella vita matrimoniale venivano arruolate proprio dopo le lamentele che i mariti rivolgevano al re (il più celebre, Guezo). Nel servizio militare esprimevano la stessa forza morale espressa nella vita sociale e coniugale.
Grazie ai racconti di alcuni esploratori, la fama di queste donne guerriere arrivò in Europa, furono protagoniste negli scritti letterari di Salgari e Verne. La conquista del Dahomey da parte della Francia avvenuta nel 1882 mise fine all’esistenza di queste amazzoni africane. Se erano celibi e finché restavano nell’esercito erano formate per la guerra e a questa dovevano in principio consacrare la loro vita:

Noi siamo degli uomini, non delle donne. Chi ritorna dalla guerra senza aver conquistato deve morire. Qualora ci ritirassimo in battaglia, la nostra vita sarebbe alla mercé del re. Quale che sia la città da attaccare, noi dobbiamo conquistarla o sotterrarci nelle sue rovine. Guézo è il re dei re. Finché sarà in vita noi non temeremo nulla”.
“Guézo ci ha donato nuova vita. Noi siamo le sue donne, le sue figlie, i suoi guerrieri. La guerra è il nostro passatempo, essa ci veste, essa ci nutre.

Una vita dedicata al re e alla guerra, ma non ai loro mariti evidentemente. Il corpo delle amazzoni fu dissolto dopo la sconfitta del regno d’Abomey, dal successore di Gbêhanzin, Agoli Agbo.

Jinga

Oltre alle amazzoni, il continente nero ha dato i natali anche ad una grande regina guerriera, così importante che il suo titolo reale nella lingua indigena dà nome ad una nazione: l’Angola. Si tratta di Jinga, regina (“Ngola”) del secolo XVII dei regni africani di Ndongo e de Matamba, nel sudest africano.
Jinga visse nel periodo in cui il traffico di schiavi e il consolidamento del dominio portoghese cresceva rapidamente. Era figlia di Nzinga a Mbande Ngol Kiluanje e de Guenguela Cakombe, e sorella di Ngoli Bbondi (il reggente di Matamba). Nel 1621, Jinga fu mandata da suo fratello a Luanda (attuale capitale) a contrattare con i portoghesi. Dopo anni di incursioni portoghesi e guerra a sprazzi, Jinga fu in grado di negoziare un trattato di pari condizioni fra le due comunità (l’indigena e la portoghese) convertendosi però al cristianesimo con il nome di Dona Ana de Sousa per rafforzare, pensava lei, il valore dell’accordo. Ciò nonostante, l’anno successivo ricominciarono le ostilità: il fratello aveva condotto una nuova rivolta arrecando gravi perdite all’esercito portoghese a cui Dona Ana, invece, era rimasta “fedele”.
A questo punto della storia ci sono due versioni: per vendetta contro l’assassinio del figlio “Jinga” avvelenò il fratello e gli succedette; oppure fu il Portogallo a rompere l’accordo e Dona Ana formò un esercito e detronizzò il fratello dopo il suo rifiuto di aiutarla, conquistando, di fatto, il regno di Matamba. Jinga era nota per condurre personalmente le truppe a cui proibiva di riferirsi a lei come “regina”, preferendo essere chiamata “re”. Da sovrana ruppe ogni legame con il Portogallo, abbandonando la religione cattolica e infliggendo una serie di violenze non solo contro i portoghesi ma anche contro le popolazioni indigene alleate del Portogallo. Il governatore portoghese in Africa, Fernão de Sousa, gli mosse contro una guerra esemplare sconfiggendola in una battaglia durissima in cui uccise molti suoi uomini e imprigionò due sorelle, Cambe e Funge, che furono portate a Luanda e costrette al battesimo. La regina rinunciò a piani bellicosi per due decade fino all’arrivo dei colonizzatori olandesi, nei quali percepì un possibile alleato in chiave antiportoghese. Con l’aiuto delle truppe di Jinga, gli olandesi occuparono Luanda dal 1641 a 1648. Nel gennaio del 1647, Gaspar Borges de Madureira sconfisse le forze di Jinga, imprigionando sua sorella. Con la riconquista definitiva dell’ Angola da parte dei portoghesi, la regina nera si ritirò di nuovo a Matamba dove continuò la sua resistenza. Nel 1657, un gruppo di missionari cappuccini italiani la convinsero a riabbracciare la fede cattolica, e nel frattempo, il governatore angolese, Luís Martins de Sousa Chichorro, gli restituì le sorelle. Un nuovo trattato di pace fu firmato da Dona Ana con il Portogallo nel 1659. La regina aiutò il reinserimento di vecchi schiavi e formò una economia che, al contrario delle altre in Africa, non dipendeva dal traffico schiavista. Dona Ana morì di vecchiaia ad ottant’anni. Si dice che la sua figura venne rispettata e ammirata dai portoghesi che comunque non tardarono, dopo la sua morte, a trasformare i 7mila soldati dell’esercito di Ginga in schiavi.
La guerra, la battaglia, la resistenza, la brama di potere, la sete di vendetta, il desiderio di giustizia. Tutto questo ha fatto parte della storia dell’umanità, incarnato da donne come da uomini che meritano essere giudicati, interpretati, osannati, disprezzati, allo stesso modo. E allo stesso modo, lasciare il proprio solco nella storia.