«Le difettose»: come nasce un classico

Nelle sue Lezioni americane Calvino elenca le caratteristiche che un libro deve avere per essere annoverato tra i classici. L’ottavo di tali requisiti è, secondo l’autore di Se una notte d’inverno un viaggiatore, che l’opera “provochi incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso” (Calvino, 1995: 9).

Contribuiremo, con quest’articolo, pertanto, si parva licet, ad avvicinare Le difettose, di Eleonora Mazzoni, al novero dei classici. Perché, a proposito del “pulviscolo”, il libro si presta ad essere letto da varie prospettive. La più immediata è quella legata alla questione della fecondazione artificiale. La normativa in materia in Italia anni fa è stata sottoposta a referendum. Il dibattito sulla libertà di avere dei figli e sul pericolo di derive eugenetiche lasciò i cittadini indifferenti. A recarsi ai seggi furono uno su quattro. Il tema, tuttavia, torna saltuariamente d’attualità: per un monito delle autorità religiose, per qualche riforma di quelle giuridiche.

Ci sarebbe, insomma, spazio commerciale per un pamphlet sull’argomento. Le difettose, però, si sottrae a questa riduzione e, salvo qualche sfogo, non polemizza sulle restrizioni vigenti. Resta, però, uno dei pochi, se non l’unico, libro che ne esplora l’indotto. Quel traffico di analisi, test, e cellule praticato dalle cliniche. Ce ne sarebbe abbastanza per una commedia di Dario Fo, alla Mistero buffo, tanto il commercio di vite in vitro sfiora il grottesco. La Camilla Cederna di Pinelli, Una finestra sulla strage, che squadernò le indagini sulla morte dell’anarchico Pinelli forse avrebbe avuto materiale, partendo da un caso singolo, per raccontare il calvario di un utero da un ambulatorio all’altro.

Proprio all’utero avrebbe fatto riferimento qualche scrittrice femminista. Shulamith Firestone e tante altre, dalle reazioni chimiche interne alla protagonista avrebbero tratto insegnamenti che avrebbero trasceso il caso singolo e denunciato una normativa scritta da uomini. Non che il libro non registri i mutamenti veri o auspicati del corpo, le cure e i rimedi sperimentati, l’estraneità ed il pudore tra l’aspirante puerpera ed il rosario di specialisti a cui via via si affida. Ma, anche a questo riguardo, il libro, per così dire, va oltre. Il Sessantotto è passato da quasi mezzo secolo ed il privato, che all’epoca era anche politico, oggi al massimo finisce su qualche forum, nella rete. È dalla comunità virtuale di donne come lei alla ricerca di un modo per procreare che la protagonista a volte trova consolazione.

Anche qui, però, potrebbe aprirsi il varco per un libro diverso. Un romanzo su come, in fondo, la conoscenza della natura, oggi, scienziati a parte, sia minore di quella che era un paio di secoli fa, di quanto il distacco dal mondo contadino ci ha tolto sicurezza, ora che, il volto illuminato da pixel invece che dalle fiamme di un camino, senza nessuno accanto ad attizzare il fuoco e le nostre certezze, neanche la religione ci conforta. Pasolini, tra i tanti, vi avrebbe probabilmente tratto spunto per un articolo nostalgico del suo Friuli. Fu Pasolini, per inciso, ad associare l’aborto al consumismo. E in effetti Carla, la protagonista, trova proprio nella saggezza della nonna una delle sue ancore.

Ma neanche attorno a questo punto, o almeno non solo attorno a questo, verte il libro. L’attualità è diversa dall’aia in campagna di una volta e la protagonista è comunque radicata nel suo tempo; quello che non le offre nessuna persona in carne ed ossa con cui parlare del suo desiderio frustrato. Tranne coloro che la ascoltano, ma a pagamento. Le difettose sarebbe allora potuto essere un libro sui nostri contatti virtuali, o su quelli superficiali con le persone che sfioriamo ogni giorno. Oppure questo rosario di camici bianche in cui s’imbatte l’aspirante madre avrebbe potuto rappresentare l’archetipo della medicalizzazione di tanti aspetti della nostra vita cui anche Zygmunt Bauman ha accennato. Ma non è neanche questo; o, meglio, ancora una volta, non è solo questo, Le difettose.

Come non è solo una storia d’amore. Anche se il marito della protagonista sfiora la perfezione, e forse proprio per questo ne viene tradito. Non è il primo caso di bisogno d’evasione femminile cui dà voce la letteratura ed, anzi, il problema dell’erede che non arriva si presterebbe a delineare la nostra mamma in cerca di prole in una madame Bovary aggiornata. Stavolta tuttavia il tradimento avviene pressoché casualmente e non lascia strascichi. La vita della protagonista poggia su binari in cui la realizzazione non dipende solo dall’affiatamento della coppia. Ma non è un chick lit, Le difettose. Carla non ondeggia verso una casa di Manhattan reduce da un giro per boutique. Sex and the city, col suo edonismo, è lontano. La scena dell’amplesso, del resto, non gronda passione. Anche a questo riguardo i precedenti letterari abbondano, il sesso raccontato da una donna non è un inedito, da quello trasgressivo alla Simon de Beauvoir a quello ironico alla Erika Jong, ma, ancora una volta, il libro di Mazzoni trascende i modelli. Lo stesso vale per il dialogo con un opera d’arte, per esempio. Esercizio in cui di recente si cimenta il personaggio principale del romanzo di Matías Néspolo, il Gringo, con Moby Dick di Melville sfogliato in mezzo ad una sparatoria, nelle favelas argentine. Mazzoni il suo interlocutore lo trova nelle Lettere di Seneca, approdando a vedere i discepoli come eredi ideali: “Si scelgono i figli che non vengono, si scelgono le madri che non si hanno” (Mazzoni, 2012; 141).

D’altra parte, Mazzoni pare estranea anche a tante italiane contemporanee. Il suo modo di raccontare la malattia sta a L’ultima estate di Cesarina Vighy come un lieto fine alla fine. Non ha la problematicità appartata di Fausta Garavini con le sue Storie di Donne, né l’anticonformismo a la page di Mio marito di Dacia Maraini. Mazzoni è attrice, ma senza l’istrionico che aveva Franca Rame, il corrosivo di Franca Valeri, il melenso di Margaret Mazzantini. Le donne di Anna Banti lottavano per emanciparsi e raggiungere la realizzazione professionale. Artemisia (1953), è una pittrice che rivendica la propia vocazione artistica, più forte della riproduttiva.

Poveri uomini, anche loro: travagliati di arroganza e di autorità, costretti da millenni a comandare e a cogliere funghi velenosi, queste donne che fingono di dormire al loro fianco e stringono fra le ciglie seriche al sommo della guancia vellutata, recriminazioni, voglie nascoste, segreti progetti. (…) “Ma io dipingo” scopre Artemisia, risvegliandosi: ed è salvata (Banti, 1974; 64).

Al personaggio di Mazzoni è invece proprio la maternità, a mancare. Ne soffre con un’ironia mai mordace quanto la campionessa d’incassi Tiziana Litizzetto.

Nel pulviscolo di critiche che secondo Calvino connoterebbero un classico troverebbe posto, allora, anche un saggio sul ruolo dello stoico nella condotta della protagonista, sull’interpretazione che essa ne dà, sui brani che sceglie nei suoi immaginari dialoghi. Ma oltre a Seneca Carla cita anche Orazio e la Bibbia, e il discorso, ancora una volta si allarga. Del resto è un’insegnante, erede di una serie che parte dalla maestra dalla penna rossa del Cuore di De Amicis. Potrebbe venire in mente la Lolita di Nabokov, quando all’uscita di scuola, la professoressa ha un debole per un ragazzo, se, anche a questo riguardo, l’aspetto non fosse che una tessera di un mosaico.

Nel tentativo di collocare l’opera qualcuno forse si avventurerebbe nel affermare che questa madre mancata segue la scia della grande, la dea che l’intero mediterraneo, un tempo, a quanto pare, venerava e di cui, forse, c’è traccia, a rovescio in quella sparuta, che Pasolini pose ai piedi della croce nel suo film La passione secondo Matteo, dove per interpretare la madre di Cristo scelse la propria. Il libro d’altra parte, sfiora anche la coazione più o meno subliminale a procreare. Dal Secondo sesso in cui Simone de Beauvoir denunciava una definizione dell’essere donna legata alla funzione riproduttiva però sono passati sessantaquattro anni. Nel frattempo il neofeminismo proprio nella maternità ha individuato l’occasione per esaltare una specificità femminile ed Elisabeth Batinder vi ha colto un modo per ricadere nella trappola millenaria della donna ridotta ad un utero. Intanto negli Stati Uniti il tasso di natalità è al minimo storico. In gran Bretagna il numero di quarantenni senza figli nell’ultimo ventennio è raddoppiato.

Le difettose avrebbe potuto insomma somigliare a tanti libri, sposare altrettante cause, e invece non è catalogabile nè riducibile a generi o battaglie. Rispondendo, in tal modo, alla definizione di classico che abbiamo riportato in apertura.

A meno che, certo, un classico sia un’altra cosa. Che il termine “incessantemente” presente nella definizione calviniana sia fuori luogo, visto i classici che, col tempo, hanno cessato di esserlo. E che ciò che abbiano in comune L’Odissea e Peppone e Don Camillo sia qualcosa di diverso da un “pulviscolo”, di cui parla Calvino. Il fungere, per esempio, da status symbol, l’essere strumento, in altre parole, dell’egemonia culturale di un ceto sociale. Quello, nel caso del libro di Mazzoni, delle donne borghesi, ultraquarantenni, cittadine del centro nord con una professione impiegatizia intellettuale. Il profilo, secondo gli studi di statistica, del lettore tipico in Italia, oltre che delle madri. Mazzoni ha già preso parte ad un convegno con Luisa Muraro, nota autrice femminista il cui ultimo libro, Dio è violent, è stato pubblicato da Nottetempo, casa editrice di proprietà di due donne che di cognome fanno Bompiani ed Einaudi. È grazie a benemenrenze come queste, non certo al “pulviscolo” che Le difettose potrebbe presto diventare un classico. Perché è in determinati circoli che si etichettano i classici, e ci vuole davvero un candore alla Marcovaldo, per dare dei classici la definizione di Calvino.

INTERVISTA A ELEONORA MAZZONI, autrice delle Difettose

Ha qualche scrittrice/scrittore come modello?
Più che di modello posso parlare di appassionate frequentazioni per alcuni libri e scrittori: I promessi sposi, incontrati nell’adolescenza, riletti e amati in ogni stagione della mia vita, la letteratura francese dell’800, con una preferenza per Maupassant, Flaubert e Balzac, Cechov, il teatro anglosassone di metà del 900, Genet, Isherwood.

Ritiene che la scrittura femminile sia diversa da quella degli uomini?
Quando si parla di scrittura femminile sento sempre nel fondo qualcosa di svalutante. Come se fosse troppo lirica, troppo ricca di emozioni e sentimenti, troppo ombelicale. La Duras diceva che la donna ha una tendenza naturale alla conoscenza e all’ascolto di sé e questo porta la sua scrittura a un’autenticità che invece manca agli scrittori, spesso più ideologici e teorici. In realtà a me sembra che i bei romanzi non abbiano sesso.

Nella promozione del suo libro sta usando circoli femministi o comunque di donne?
A parte la presentazione alla Libreria delle Donne di Roma, direi di no.

Raccoglie reazioni diverse dai lettori e dalle lettrici?
Sicuramente ho un numero maggiore di lettrici che di lettori (ma questo pare valga sempre, nel senso che il 75% di chi legge è donna). E le lettrici sono più disposte a raccontare e raccontarsi, i maschi sono più avari di dettagli, più concisi.

L’editing è stato fatto da un uomo o da una donna?
Una donna, Angela Rastelli, molto brava.

Nell’ultimo film di Virzì una coppia tenta e fallisce la fecondazione assistita: secondo lei del tema si parla poco per motivi politici o molto perché riguarda una fetta benestante della popolazione?
Del tema fecondazione secondo me si parla molto ma molto male. In genere giornali e mass-media preferiscono i casi eclatanti (la mamma-nonna, magari famosa, la coppia gay che affitta l’utero). Delle coppie “normali”, con lavori “normali”, con storie “normali”, non frega niente a nessuno. E sono il 99% di chi si rivolge alla procreazione medicalmente assistita. Nel mio romanzo ho dato voce a questo mondo sommerso e poco conosciuto, disperato, ansioso ma vitale, trasversale culturalmente e socialmente (solo pochi fanno parte della fetta benestante della popolazione), che a causa del desiderio “fuori misura” di un figlio sono disposti a sacrifici (economici e psicologici) impensabili. Con il rischio di perdersi. Ho voluto raccontare come un desiderio (qualsiasi, non solo quello di maternità) si possa trasformare piano piano, senza che neppure ce ne accorgiamo, in ossessione. In Italia ancora oggi la cultura religiosa imperante ci spinge a vedere la natura come una realtà buona e da assecondare, l’artificio e la scienza come “cattive” e pericolose. Ho voluto sfatare queste categorie.

Nella scrittura le è stata utile la sua esperienza di attrice? Immagina una riduzione cinematografica o teatrale del testo?
Credo che per scrivere mi siano serviti, più che la laurea in Lettere, gli incontri con i miei maestri di recitazione. Mi hanno insegnato l’ascolto, la capacità di mettermi in contatto con la mia parte creativa, la costruzione dei personaggi, il ritmo del racconto. E soprattutto a dare vita alle parole. Del romanzo sono stati opzionati i diritti cinematografici e nella prossima stagione verrà rappresentato in teatro (io parteciperò alla sceneggiatura e alla drammaturgia, ho deciso che non reciterò).

Ha altri libri in cantiere? Cosa cambierebbe delle “difettose”?
Sto scrivendo il secondo romanzo. Pur essendo una storia totalmente diversa rispetto “Le difettose”, ci trovo la stessa urgenza e la stessa eccitazione quando mi metto al computer. A teatro e al cinema ho la tendenza a lavorare fino all’ultimo, a migliorare, cambiare finché si può, anche solo con piccoli particolari, che però mi sembra possano arricchire il personaggio o la scena. Così ho cercato di fare nel mio primo romanzo. Una volta uscito, però, non ci ho più voluto pensare. L’ho partorito, me ne sono staccata, non è più in mio potere.

Immagina che le donne possano avere un’altra funzione a parte quella di essere madri (anche solo “pedagogiche”, come le professoresse)?
Non parlerei di funzione. Le donne possono essere molto altro, non sono solo madri. O meglio, possono essere madri in tanti modi, son solo facendo figli. Anna Maria Ortese diceva che “creare è una forma di maternità”. Tante mie scrittrici del cuore (dalla Dickynson alla Morante, dalla Cristina Campo a Simone Weil e a Flannery O’ Connor) non hanno partorito figli ma progetti, pensieri, libri.

Riferimenti bibliografici

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