Dall’isola reale all’isola metaforica: l’itinerario esistenziale e poetico di Fabrizia Ramondino

Dall’Odissea in poi il mare e l’isola costituiscono due grandi temi della letteratura, compositi e intriganti, attorno ai quali l’immaginario umano ha articolato le sue creazioni. A guardar bene, il mare, l’isola, come anche il deserto, specie nel Novecento, rappresentano i luoghi privilegiati di una geografia letteraria molto in voga nei romanzi, nei quali gli scrittori hanno riversato, interpretandole, le esigenze proprie di una società disumanizzata, schiacciata dai ritmi delle città, gremite di folle e paradossalmente portate ad isolare i propri abitanti; città nauseate dai riti e bombardate da mille richiami.

« Ecco: io posso trovarmi nella mia calma, al sicuro, nella mia stanza dove la finestra è rimasta tutta la notte spalancata e d’improvviso svegliarmi al rumore del primo tram mattutino; è nulla – un tram: un carrozzone che rotola, ma il mondo è deserto attorno e in quell’aria creata appena tutto è diverso da ieri, ignoto a me, e una nuova terra m’assale».

È una riflessione di Vittorini che dice di come sia possibile che il deserto e l’ignoto avanzino nei luoghi abitati per solitudine, ma anche per indifferenza e per paura. In simili condizioni, il mare, l’isola e il deserto, sottratti a qualsiasi realistica determinazione di spazio e di tempo, si pongono, nell’immaginario letterario, come approdi di rigenerazione dell’anima perché lontani dalla civiltà, dal caos, dal vitalismo forsennato dei « moderni Sisifi, i quali non devono la loro fatica e punizione a un dio, ma a se stessi», come afferma Fabrizia Ramondino.

E tuttavia, se l’insularità, nelle sue varie tipologie, si presta, per un verso, a rappresentare metaforicamente il porto sicuro dello spirito, per altro verso poi essa dà forma, nella perplessità identitaria dell’uomo contemporaneo, alla dinamica opposta. Ambivalentemente, infatti, l’isola può essere Eden e rovescio della felicità, rigenerazione e inferno nelle sue “concretizzazioni terrene , luogo di prova in cui l’anima esplora le profondità e le voragini in risposta alle sfide che continuamente giungono dall’esterno o dall’intimo del proprio io.

Gilles Deleuze, in uno scritto degli anni cinquanta sulle isole deserte, indica, nelle varie simbologie relative all’isola, quella che la identifica con l’elemento fisico primigenio dove tutto ricomincia indefinitivamente e sottolinea come quell’immagine rimanderebbe all’idea di una seconda rinascita, una seconda origine dopo una separazione.

È quello che si può cogliere nell’itinerario reale e immaginario di Fabrizia Ramondino, in cui il tema dellisola ritorna spesso e alimenta, rendendola più intensa la sua scrittura, in un rapporto strettissimo tra questa , l’esistenza reale e il mondo dell’immaginario. Un filo diretto che ricalca nel ritmo il modo profondo e pensoso di essere attenta agli altri, capace di ascoltare e di captare.

«Nell’adolescenza fu per me una capanna ogni luogo dove potessi isolarmi, tenda il mio desiderio segreto di andarmene» – scrive Fabrizia in una sua opera del 1995 dal titolo eloquente: In viaggio, dove, in un’alternativa non risolta, ha inizio il personale percorso di investigazione del suo io. Andare o restare? Andare dove? Restare perché? sono le domande che la protagonista si pone proprio nelle prime pagine del testo citato. In quel testo, una donna ancora bambina, intuisce la necessità di iniziare a camminare, cioè quella di vivere da sola senza più legami con le madri, e intraprende, dopo essere stata scacciata dall’Arcadia che era l’estasi, il paradiso della sua infanzia, – quale fu per Fabrizia l’isola di Maiorca dove ella visse dal ‘37 al ’43, – una navigazione avventurosa verso l’isola di Utopia, verso il non luogo, inteso «come laboratorio della critica sociale,» cioè verso la «consapevolezza che alla durezza della natura non bisogna aggiungere la ferinità nelle relazioni umane». Una navigazione, la sua, che include corpo e mente, affidata ad imbarcazioni di fortuna, (come afferma Fabrizia Ramondino), di ogni epoca e forma e mole, tanto più significative se a comporre l’equipaggio sono personaggi dai nomi più disparati,i quali hanno nutrito il suo intelletto: da Simone Weil a Proudhon, da Danilo Dolci a Gandhi, Da Gramsci a Marx, da Hanna Arendt a Saba,e così via, che la guidano alla ricerca di un luogo dove approdare e da cui poi ripartire. Questo luogo è appunto un’isola, Utopia, e la protagonista sa che il suo non è un radicarsi stabile in nuovi territori reali o metafisici, ma una sorta di inclinazione alla precarietà del vivere, sentita come unica condizione in cui la vita può mostrare il suo volto più accessibile. E tornano alla mente i versi di Ungaretti: in nessuna parte/ di terra/ mi posso/accasare. E me ne stacco sempre /straniero.

Nel bellissimo libro, L’isola riflessa, nel cui titolo si condensa un’ambiguità di significato che non inclina a deduzioni negative quanto a una pluralità semantica che viene chiarita nel corso della lettura in cui compaiono direttamente e indirettamente tutte le isole, reali e metaforiche, che hanno sostanziato l’esistenza di Fabrizia Ramondino. La scrittrice mostra qui di aver trovato quel luogo e quelle ragioni per le quali fermarsi, anche se l’intensità del soggiorno e lo svelamento dell’anima non impediranno poi alla protagonista, giunta a conclusione del suo itinerario esistenziale, di ripartire verso altre mete. Non a caso nella nota introduttiva di un’altra sua opera: Taccuino Tedesco, Fabrizia cita Walter Banjamin riconoscendosi nella rivisitazione che egli ha operato della figura del flaneur.

Su quest’isola la protagonista che non ha un nome, ferita da una delusione d’amore, fiaccata nella depressione, fuggita da una realtà nella quale non si riconosce,« dove – ella dice – avanzano le voci dell’impotenza alla condivisione, che non tollerano un’irrazionalità che le turba. Che temono la tua decadenza in cui si specchia la loro», ella cerca di ordinare il mosaico di un’esistenza che crolla in pezzi, in un luogo non a caso scelto, in quanto ricco di simboli e dove anche altri furono confinati nelle loro solitudini aspre e inclementi. Qui, in questo posto che non fu mai felice e dove si consumarono delitti e altri orrori, in un luogo che spinge alla memoria personale attraverso il richiamo della memoria collettiva e viceversa, a cui si contrappone un presente con i segni dell’attualità che assomigliano a «relitti di navi naufragate», un presente disprezzato e rifiutato, ormai senza radici e senza ragioni vitali, l’io narrante si ferma per un tempo che va tra « una primavera stanca e un tardo autunno» e ci racconta la sua permanenza che non è stabilità, ma incessante ricerca interiore di un’identità confusa e in crisi, che si specchia nel luogo e nei simboli di un passato amato per gli ideali e per le persone che lo hanno incarnato, in un’affinità di sentimenti che comprova che le persone si possono capire a vicenda «solo se camminano o giacciono a fianco».

L’isola è quella di Ventotene, l’isola dei venti, che insieme con l’isolotto di S. Stefano, forma il gruppo orientale dell’arcipelago ponziano e i cui collegamenti con la terra ferma sono quotidiani solo in estate. In questo spazio, dunque, ha luogo il viaggio, – nelle diverse sue tipologie – della scrittrice protagonista la quale, attraverso l’avvicendarsi di due prospettive da lei indicate come «l’occhio del cuore e quello della mente»,racconta tutto ciò che sfugge alla memoria pubblica, tutto ciò che la memoria ufficiale cancella o rinnova e che lei può narrare soltanto facendo ricorso a un’altra memoria, e soprattutto a una condizione, la propria, che è ricerca delle ragioni psicologiche del male in sé e in genere nell’uomo. L’isola della natura e della storia, quale è Ventotene, si può raccontare solo grazie all’isola della mente e soltanto dopo una registrazione completa della realtà, cioè dei luoghi, delle atmosfere, degli oggetti, delle persone.
L’io narrante scrive:

Quasi nulla cresce su questa sottile crosta di terra arata dal vento, se il tuo sguardo è superficiale. Altrimenti noti dovunque le piante che per millenni si sono autoselezionate per resistere alla salsedine, alla mancanza di acqua, alla spietatezza del sole e del vento: il finocchio selvatico dalle foglie carnose e amare, l’assenzio odoroso dalle folte fogliuzze color turchese, l’elicriso dai fiori gialli che nascono già secchi – come quei volti di neonati che sembrano di ottuagenari – e che pure splendono di giovane vita, odorosi di curry, si proprio di curry, quando lo tieni da troppo tempo in casa perché non hai nessuno per cui cucinare.

Un paesaggio arido e sfuggente e allo stesso tempo surreale, popolato di solitudini aspre e inclementi, che non commuove, almeno al primo impatto; in realtà la sua indifferenza sembra richiedere un’attenzione più sottile, una concentrazione più profonda, quasi uno sforzo di immediesimazione. Soltanto in questa maniera la natura, apparentemente opaca, sa rivelarsi in modo inaspettato, proprio come accade nei rapporti umani, dove l’interesse profondo per l’altro disvela esperienze e qualità nascoste. Tutta la descrizione di questa natura, dove la vegetazione ricorda nelle sue fibre e nelle sue sovrapposizioni il mito, la religione, la storia e l’utopia, nello stesso tempo riflette lo strazio dell’esistenza dell’uomo rispecchiato nel bosco di faggi, ossia Buchenwald, luogo dove l’uomo ha saputo mostrare la barbarie del suo operare. «In poco spazio la quiete bucolica e l’orrore convivono, come è accaduto per le famiglie dei contadini che abitavano accanto al carcere di Ventotene e che avevano timore dei carcerati e non dei carcerieri: carcere, carcerati, carcerieri sottolinenano le parole chiave che un presente frettoloso e immemore tenta di cancellare».

Lo sguardo di Fabrizia non sfiora la superficie delle cose ma si posa e penetra nelle fibre più profonde riuscendo in tal modo a incontrare, riconoscendole, le figure di tanti eroi che riescono a restituire avvenimenti e sensazioni ormai cancellati per i più. Riemergendo da un opaco passato si susseguono come su di uno schermo le immagini di Giulia confinata su quell’isola da Augusto, le vicende di tanti altri qui esiliati sin da quando nel Settecento Ferdinando IV di Borbone volle tentare l’esperimento seguendo i suggerimenti di Rousseau e vi trasferì 400 ladri, ruffiani, prostitute che provenivano dai luoghi più malfamati di Napoli e dai paesi vicini convinto che il contatto con la natura avrebbe operato il miracolo. L’esperimento fallì miseramente e d’allora l’isola divenne un carcere naturale e continuò ad avere tale funzione per secoli. Il vicino isolotto di Santo Stefano fu sede di una famigerata prigione inaugurata nel 1795, giusto in tempo per ospitarvi centinaia di Giacobini scampati agli eccidi del ‘ 99, dopo la fallita rivoluzione e nella quale morì’ “suicidato” Gaetano Bresci. Nel ventennio fascista, e anche questo si tace, fu luogo di confino per gli oppositori del regime: Sandro Pertini, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi, Umberto Terracini, Camilla Ravera, Altiero Spinelli ed altri. Le baraccopoli e i luoghi dove camminarono e vissero uomini di grandi ideali, ora sono invasi da turisti indifferenti e attratti/distratti da altro.
Sono questi ricordi che convincono l’autrice a ritenere che l’isola di Ventotene si configuri (proprio per i riferimenti a quei fatti), come una prigione, riflessa nel suo triste doppio di Santo Stefano. E per la viaggiatrice la quale si è rifugiata in ques’isola in un momento della sua esistenza come in una prigione-isolamento, l’isola, ormai vuota dei villeggianti, si anima ai suoi occhi perché ritornano gli «innumeri forestieri» che l’hanno abitata, con le diverse lingue, le diverse colpe, i diversi credo politici e che grazie all’ergastolo e al confino per circa duecento anni hanno fatto di questo fazzoletto di terra perduto nel mare un luogo di incontro nazionale e internazionale, ma (all’opposto di Capri,- l’isola dei privilegiati), di reietti e di vittime, di sorveglianti e di carnefici! Entrambi, però,privilegiati e reietti, egualmente alienati, afferma la Ramondino, la quale seguita a prestare il suo sguardo e la sua voce soltanto ai secondi. Non a caso l’isola è anche un microcosmo in cui si rispecchia il Mezzogiorno di tutto il mondo.
La storia infelice dell’isola sembra calamitare e contaminare quella personale e privata della narratrice, dolente e moderno Ulisse, piegato nelle sue sfide ma forte nell’ansia di conoscenza, dolorosamente e pensosamente alla ricerca della libertà dell’anima e di uno strumento attraverso cui affrancarsi dai lacci del carcere procurato dal male fisico e mentale. Non a caso Fabrizia Ramondino ha scelto un’isola come scenario della sua storia, in quanto, come afferma Maria Vittoria Vittori, se una scrittrice «sceglie un’isola è quasi sempre per mettersi di fronte ai propri fantasmi, quelli che lei stessa ha convocato in queel territorio e in quel momento estremi, dove non è più possibile fingere o nascondersi, da dovre si può considerare la propria vita alla giusta distanza e vederne le contraddizioni».
La contaminazione tra le due storie testimonia la sovrapposizione del racconto dei mali comuni agli emerginati, precari della vita, spesso prodotti dallo scempio della memoria e dai comportamenti pubblici. Racconta la scrittrice che una lapide donata dall’ANPI per commemorare i confinati antifascisti fu distrutta in breve tempo e nella biblioteca non si trova alcuno dei loro libri. « La cancellazione del passato, in gran parte riuscita, è stata il frutto infame tra vincitori e vinti nel dopoguerra. La repubblica, la città nuova è sorta sui sepolcri nascosti delle vittime, la riconciliazione nazionale si è fondata sul ricatto reciproco: se tu scopri le mie tombe, io scoprirò le tue».

Se la memoria del singolo individuo è selettiva per istinto di conservazione ( dimenticare è una funzione vitale quanto ricordare), la stessa cosa sembra non valere per la collettività. Quando la selezione si instaura nella memoria pubblica, vuole dirci la Ramondino, la falsificazione e l’ingiustizia ne sono la conseguenza certa, perché in quel caso non si rinnova un tratto della propria storia per poter seguitare a vivere, ma si condanna all’inesistenza una parte della società. Un passato cancellato e rimosso ha come conseguenza un presente senza vita; come quello che si offre all’io narrante, quando, visitando Ventotene invasa dai vacanzieri estivi, dai bracconieri, non può non avvertire il disamore attuale per l’isola diventata « un luogo qualsiasi». Più l’isola si riempie di adulti, di barche, di bambini, «troppo vestiti», più si è costretti a constatare la scomparsa dei corpi, la gioia virtuale. La vita, nell’era della sua riproducibilità tecnica, riesce appena a riprodurre una parvenza di essa.

Racconto di un’isola, dunque, di altri tempi e di oggi, che si dipana attraverso una serie di microstorie e di riflessioni, ma anche fotografia di una condizione personale asservita e ostacolata nella sua ansia di libertà e di di dignità
Le tappe di questo percorso, tra un passato amato e un presente rifiutato, si susseguono unite a una coraggiosa e dolente analisi nella quale si fa impellente il desiderio di protezione quasi fetale. Questa la ragione della sua permanenza nell’isola nel tardo autunno.

Non è stato per provarmi o per tornare sul luogo del delitto che mi trovo di nuovo sull’isola in questo tardo autunno. Né per autoconfinarmi, come scherzano alcuni amici, ché oggi in Italia, più sto in pubblico, più mi sento in esilio; e quasi tutto mi sembra turpe e corrotto, seppure non ancora abbastanza, come quando dal frutto marcio si libera il seme.

Ma come volessi sentirmi un feto circondato dal mare, al quale i rumori del mondo giungono attutiti e nuovi e strani: mentre è protetto, cresce e sa che per legge di natura un giorno quel grembo gli sarà troppo stretto e dovrà uscirne.

In questo cammino solitario tra i fantasmi e le lacerazioni interiori, quando ormai l’isola è semideserta e gli elementi hanno spazzato via i turisti e le case, bisogna– scrive la Ramondino –

con cura, come si liberassero i vari strati di un palinsesto, staccare le immagini delle doppie case vacanziere, del nuovo molo, delle scritte ammiccanti su locali e botteghe chiuse, soprattutto quelle formatesi nella memoria durante l’estate, per scoprire gli antichi miti e leggende sorte intorno alle isole, beate o maledette, di utopia o del tesoro, di idilli o naufragi, di avventure o scoperte, di fuga dalla civiltà o dal proprio passato, o di ritrovamento di nuove civiltà e di speranza nel proprio futuro.

Questo è accaduto anche a lei in quei pochi eppure incalcolabili mesi di soggiorno sull’isola, quando, sciolta da qualsiasi legame e liberata da visite di «allucinate presenze» o da voci che la perseguitano, ha incominciato a sentirisi circondata come da un magico cerchio che l’ha distaccata dall’indifferenza e dal disamore quotidiani.

A conclusione dell’itinerario fisico e mentale del viaggio si può cogliere il valore simbolico dell’isola teatro degli avvenimenti. « quasi una promessa di affrancamento da ogni luogo comune: geografico, mentale, psicologico, la garanzia di un’estrema libertà, la possibilità di una rinascita» L’io narrante-Fabrizia che su quest’isola è venuta « per una mancanza di tipo particolare, non come la si intende comunemente, ovvero tempo affollato di superfluo, ma nelle’eccezione etimologica di vacuum, vuoto» , un vuoto che ella colma con quanto la sua memoria fa riemergere dal passato cancellato, cioè con immagini e figure amate sulle quali si è esercitata la sua meditazione e con le quali intrattiene un dialogo initerrotto proprio perché in esse cerca un appiglio, un’ancora che le consenta di tenere a bada i fantasmi interiori. Il colloquio con Settembrini, Pellico e Bini, i quali si pongono di fronte a lei in una sovrapposizione alle figure reali sedute attorno ad un tavolo di un bar, porta la narratrice a toccare un tema che le sta molto a cuore: la condizione carceraria. Le presenze dei tre personaggi rievocati non possono non richiamare alla mente anche una storia che li ha accomunati nella loro esistenza in quanto tutti e tre hanno provato la durezza del carcere che, per analogia l’io narrante collega agli ospedali in cui è stata rinchiusa.

Significativo si rivela a questo propossito l’uso di una figura retorica alla quale la scrittrice affida il compito di esprimere la propria angoscia suscitata dal ricordo dei ricoveri da lei patiti. La figura è quella dell’anafora che traduce sulla pagina, nella reiterazione della prima persona singolare, tutto l’affanno e il peso di quell’esperienza. Sono flash che aprono sprazzi nel passato della propria vita, ma anche di quella isolana, sollecitati da una coscienza tormentata del presente. Fabrizia è venuta sull’isola, dove può meditare, fuggendo dal mondo, in convalescenza non per un male specifico, ma perché sollecitata dalla sua vita passata e da quella che ancora l’attende; il suo sguardo riesce a cogliere e a raccontare la storia dell’isola soltanto perché va in profondità, perché si posa con pietas laica su tutto ciò che gli altri evitano per paura, per indifferenza, per cinismo. Il dolore e l’emarginazione si offrono al suo sguardo in quanto sono parte di se stessa, della sua esistenza. C’è nella disposizione di Fabrizia un dolore che lei riconosce, che fa proprio, che condivide e che la porta a vibrare all’unisono con quello degli altri.

In questo luogo l’io narrante-Fabrizia è riuscita a trovare la sua’isola( in senso reale) che le ha consentito un momento di quiete nell’incessante turbinio della sua mente, quando la «violenza che provavo con gli altri e quella che di riflesso mi invadeva, e quella che ovunque girassi lo sguardo, mi vedevo intorno, di guerre e di delitti, la rivolgevo contro me stessa: Perché mi sentivo solo un oggetto, ma anche soggetto di violenza. Io stessa e il mio nemico».

Sulla piccola isola vicina, su un’isola «di generoso lavoro, di competenza modesta e di condivisione illimitata del dolore» si trova il centro di salute mentale che l’ha accolta nella figura del suo fondatore Alfonso, l’allievo di Franco Basaglia, colui che ha saputo liberare «tanto i mali mentali che i sani di mente dall’oblio», colui che ha guardato con occhio di condivisione le vite degli altri e ha saputo dare senso alle vite insensate.
E qui Fabrizia ha trovato anche un’altra isola, in senso metaforico, scoprendo l’isola-quaderno, l’isola-scrittura, l’ancora che cercava, la più importante delle isole da lei attraversate, su cui essa vede proiettato il profilo del proprio destino. Ed è quest’isola, ad offrirsi come la vera, forse l’unica, possibilità di salvezza giacchè, per intensità di emozioni e sensazioni provate dalla scrittrice, essa può essere paragonata a quella Arcadia che fu l’isola di Maiorca, l’isola della sua fanciullezza, il momento fondativo della sua esistenza. Isole di vita, qunque, e di rinascita, potrebbero chiamarsi queste isole di cui scrive Fabrizia Ramondino proprio nel vagheggiamento di un’utopia che tanto spesso ha scelto proprio le isole a sue sedi.
.
Ma non scherzavo quando davanti ad Alfonso, le mani contratte sul quaderno – e in esso disordinatamente si alternavano inizi di racconti, note sui nostri colloqui, numeri di telefono e di appuntamenti – quasi piangendo, reagivo ad una sua constatazione che mi era parsa più severa e preoccupata di altre: – Quindi tu non senti nessuno spazio al mondo come tuo, nemmeno la tua casa, a meno che non ti senta bene. E solo allora, dici che ogni spazio lo senti come tuo – E io, aggrappata al quaderno, gli dicevo: – Questo, solo questo, sempre, è l’unico luogo che mi appartiene anche se sto male.
Il quaderno, la mia piccola isola.

E ancora prima aveva scritto.

[ ]Ricordo che quando da bambina cominciai a scrivere intere parole su quei quaderni fu per me come una seconda nascita[…].
Provo angoscia quando il quaderno finisce, non solo perché vi è racchiuso per sempre, come in una tomba, un tempo della mia vita, ma anche perché so che è sempre più difficile trovarne di eguali.
Vorrei averne una libreria piena e poter pensare: quando saranno finiti, lo sarà anche la mia vita .

La scrittura che verga la pagina di quei fogli costituisce la linfa indispensabile a nutrire la vita la cui durata è misurata da una clessidra-quaderno grazie al quale Fabrizia-Scharazade sembra riuscire a fermare il tempo della sua vita.
Il quaderno-isola, al pari dell’isola di Utopia, si presenta come porto presso cui riparare nei momenti di tempesta, spazio di libertà – come scrive Frank Lestringant:

«Le merveilleux surgirait alors au moment où l’on arriverait à passer de l’autre c?té de ce miroir… L’île deserte représenterait alors une sorte de non-espace ou mieux, peut-être,un espace de liberté pour l’immagination, dont la réalité serait en effet non contraignante et dans lequel on pourrait couler ce que l’on veut: on ne trouve sur l’île que ce que l’on veut bien apporter».

La scrittura della Ramondino che nasce da esplosioni di intime necessità e profonde inquietudini, denota l’ ansia di misurazione del dolore pubblico e privato, è svelamento, chiave privilegiata per indagare fino in fondo la propria complessa identità nelle sue costanti e nelle sue variabili, è una scrittura direttamente legata all’universo mentale che dice di sé ma ha come oggetto anche l’altro. Scrittura riflessa potremmo definirla, modificando in parte il titolo dell’opera, in quanto le storie si riverberano come in uno specchio ma soltanto se lo sguardo che indugia sulle cose è disinterressato, come afferma Ramondino :«L’occhio, se si sofferma a lungo su cose e persone in modo disinteressato, è privo di potere, mentre se vede ciò che vuole vedere, la prevaricazione prevale sulla condivisione» .
L’isola riflessa: storia dolente di una prigionia nell’alcolismo, di un tentativo di autodistruzione, storia di un’anima o meglio di un corpo prigioniero di un’anima malata, che lo soggioga e che tenta più volte di farlo affondare in un bicchiere, nel mare, nella follia, perché corpo e anima cercano il fondo, chiedono l’abisso del dolore.
Di qui nasce il tono che informa il testo, il tono di una voce che, pur disponibile verso le cose e le persone, la natura, sembra ogni volta ritrarsene prima di averle sperimentate fino in fondo. Forse è per questo che i molti incontri narrati appaiono sempre troncati a metà: le cinque islandesi dai nomi imperiali, il Re Lear dell’isola, Anna dei cruciverba, Eufemia. Le persone incontrate si dileguano sempre troppo presto, lasciando tuttavia una scia di domande insoddisfatte. E di qui nasce anche l’indecisione affettivo-intellettuale di Ramondino tra la figura dell’eremita e quella del pirata e del brigante, del bambino e dell’adolescente tra chi, pur essendone ai margini, resta nel cerchio della società e chi risolutamente l’infrange. Una dicotomia che riflette la personalità della scrittrice che tuttavia non ha esitazioni nell’identificarsi nella figura del pirata, cioè con l’idea dell’avventura in special modo quando il carcere dell’anima si fa più opprimente.

[ …] perciò – ella afferma – quando voglio essere rapita dai pirati, significa che la mia vita è diventata insostenibile. L’unica via di salvezza è trasformare in pirata me stessa.
Così tra la finta giovinetta incantata, che questa primavera per grazia di alcolici saltava di scoglio in scoglio e per grazia del destino non è finita male, e l’essere che in questo tardo autunno chiamo io non sono trascorse due stagioni, ma innumeri. Non che, come si dice, sia maturata o mi sia trasformata. C’è un’altra. Quasi che insieme a me allora fosse nata una gemella, fatta di ombra, di cui nessuno si era accorto, ma di cui ho sempre percepito la presenza, pur senza riconoscerla.Sicché, mentre finora mi era parso che il mio angelo custode dovesse darsi sempre un gran da fare, perché non una, ma due persone gli erano state affidate, ora sento che finalmemnte si riposa, perché solo gli è rimasta quella gemella così a lungo relegata nell’ombra. Mentre l’altra, quanto aveva da compiere ha compiuto.

Le due anime si riconciliano, l’ombra scompare e alla ribalta appare la figura reale con i suoi propositi e le sue speranze e speranza è la parola con cui si chiude il libro, parola che prefigura orizzonti più sereni, dove la condivisione può farsi atto e autentica ragione di vita, come è avvenuto nella comunità di assistenza per malati di mente dove lei è approdata sentendosi come a casa propria, dove ogni vita vale l’altra, nel senso che ogni vita merita di essere vissuta.

La tempesta quando si placa per qualche attimo, apre grandi fessure di azzurro tra le nuvole, dissipa la nebbia e allora all’orizzonte si scorgono nitidi il continente e le altre isole. La loro visibilità, dicono qui, come altrove nel sud, è legata alle intermittenze del maltempo oal suo presagio, quasi a significare che bellezza e utopia si rivelano a noi solo nella sventura e che, come rapide e fugaci visioni, la illuminano di speranza!

E con Ernest Bloch, citato nel libro, Fabrizia conclude « quando si muore, muore in noi soltanto quanto non è stato utopia».