LA FIGURA DELLA DONNA NEGLI SCRITTI DI ANGELICA PALLI BARTOLOMMEI E LA SUA INFLUENZA IN GRECIA

In tale contesto, una personalità di indiscutibile rilievo fu Angelica Palli Bartolommei (Livorno, 1798 – Livorno, 1875): intellettuale, letterata e scrittrice impegnata politicamente e socialmente durante il periodo risorgimentale e post-unitario. La Palli era figlia di genitori greci fuggiti in Italia perché insofferenti all’occupazione ottomana. Secondo quanto afferma Θεοδωροπούλου-Λιβαδά [Theodoropoulou-Livada], nel volume Αγγελική ΠάλληΒαρθολομαίη και το έργο της (Angelica Palli Bartolommei e la sua opera), Angelica mostrò sin da giovanissima quelle doti che l’avrebbero resa in seguito una raffinata poetessa. Dall’età di tredici anni ebbe come precettore l’esimio scrittore Salvatore de Coureil che da subito ne riconobbe e ne promosse la bravura e l’unicità. Benché le donne istruite non fossero all’epoca gradite, Angelica riuscì ad affermarsi in tutti i circoli letterari. Si ricorda, innanzitutto, il salotto dei suoi genitori a Livorno, ma lei stessa, in seguito al matrimonio con Gian Paolo Bartolommei, fu l’animatrice del famoso punto d’incontro sugli Scali del Pesce a Livorno. Oltre alle lotte per l’indipendenza italiana, Angelica, sulle orme della famiglia d’origine, sostenne con il medesimo fervore l’insurrezione greca per la liberazione del Paese dal giogo ottomano, diffondendo lo spirito filellenista tra gli italiani. Palazzo Bartolommei è ricordato quale crocevia per la diffusione delle idee di Giuseppe Mazzini e accolse patrioti provenienti da ogni luogo del mondo. Nel centro documentazione di Villa Maria a Livorno sono conservati memoriali e biografie rinvenuti nella dimora della scrittrice che, a seguito del fallimento mazziniano, rivolse l’attenzione verso il movimento nazional-liberale. Alla morte del marito, lo slancio della donna venne meno, continuò però a ricevere le persone a lei più vicine e coloro con i quali condivideva l’impegno giornalistico. “Oggi al posto del vivente salotto Bartolommei di un tempo giace una lapide dal 1877 che preserva la memoria di una donna diversa, poetessa, giornalista, patriota”[1].

La Palli fu un personaggio stimato e riconosciuto dagli intellettuali sia italiani che greci. Ρίζος Νερουλός [Rizos Neroulos][2] la definì “la decima musa”, Manzoni la caratterizzò come “Saffo novella”, dedicandole dei versi colmi di ammirazione (Theodoropoulou-Livada, 1939: 133):

Canta eletta del Ciel, Saffo novella
Che le prisca Sorella
Di tanto avanzi i bei versi celesti
E in tanti modi onesti,
Canti dell’infelice tua rivale,
Del Siculo sleale
Dello scolio fatal. M’attrista: ed io
Ai numeri dolenti
T’offro il plauso migliore, il pianto,

Ma tu credilo intanto ad alma schietta,
Che d’insigne vendetta
L’ombra illustre per te placata fora,
Se il villano amator viverse ancora

A lei l’onore di essere stata l’unica donna ammessa al Gabinetto scientifico-letterario di Giovan Pietro Vieusseux.

Il contributo più originale dell’italo greca fu tuttavia nell’affermazione di una nuova identità femminile. L’intento del presente lavoro consiste per l’appunto nell’introdurre la posizione e la figura della donna nella società italiana della seconda metà dell’Ottocento- per poi approdare nel contesto ellenico – avendo come testi di riferimento due opere della Palli: il trattato Discorsi di una donna alle giovini maritate del suo paese e il volume in prosa, Racconti.

Nel trattato la scrittrice delinea la situazione contemporanea della donna e delle ingiustizie cui era oggetto, proponendo un suo modo per affrontarle: non paladina di riforme radicali, ma passi lenti e sicuri nel rispetto della natura della donna.

Il volume è articolato in sette capitoli–discorsi e già nell’incipit leggiamo: ″La donna, cortesi mie leggitrici, non fu mai pesata dagli uomini sulla bilancia d’una giustizia imparziale, non già che manchino in lei i difetti reali, essi però ai reali ne aggiungono almeno due terzi d’immaginarii″(Palli, 1851: 11).

Partendo dalla visione imparziale e dilatata dei difetti femminili, la scrittrice esordisce con il tema della corruzione dei costumi quale origine delle difficoltà delle donne. Gli esempi delle ingiustizie subite dal sesso femminile sono numerosi e fornisce informazioni analitiche sul nuovo tipo di società invocata da Saint-Simon e Fourier[3] il cui assunto era ben chiaro: consentire all’individuo di recuperare i propri istinti e passioni. In una società tale, l’uomo e la donna possono avere più compagni, il concetto di famiglia è superato e la prole viene allevata dall’intera comunità (Palli, 1851: 16-18). Un sistema contro il quale l’autrice si scaglia con assoluta fermezza: “S. Simone e Fourier, stabilirono il destino della donna senza conoscerla” (Palli, 1851: 18). La sua proposta è sostanzialmente diversa: la messa in opera di norme legislative consone alla natura femminile e fondate sul principio dell’equità (Palli, 1851: 19). La donna, se protetta da leggi che ne rispecchiano la vera indole e ne sostengono le esigenze, non avrà bisogno di una “ridicola emancipazione, di parità di diritti” (Palli, 1851: 21). Secondo la Palli, una corretta educazione ha l’assoluta priorità, ma è altrettanto importante che il loro educatore sia in grado di disciplinarle e spingerle verso il bene della famiglia (Palli, 1851: 21) poiché le donne devono essere “istruite di quanto è necessario alla direzione di una famiglia, della propria lingua, della storia patria e dei doveri di moglie e madre” (Palli, 1851: 23),

La scrittrice assegna dunque grande rilievo all’istruzione e altresì al rapporto tra educazione e matrimonio – citando esempi di donne che arrivarono ad insegnare filosofia, matematica e lettere greche e latine – in quanto essenziale per una posizione equilibrata della donna nella società. Assicura inoltre che lo studio delle lettere e delle scienze non compromette la felicità familiare perché nel caso di donne dotate di “belle facoltà intellettuali” (Palli, 1851: 23) l’eventuale sconvolgimento dell’equilibrio domestico deriverebbe da altre cause. L’ostacolo principale, nelle riflessioni della Palli, è da ascrivere piuttosto alle reazioni degli uomini al cospetto di una superiorità intellettuale delle donne. L’uomo non può accettare una posizione di inadeguatezza rispetto alla consorte perché in tal caso non potremmo parlare di un legame riuscito. Lo stesso pericolo vale per una “donna dotata dei doni dell’intelletto” rispetto alle amicizie femminili in quanto c’è il rischio concreto “di vivere in un crudele isolamento” (Palli, 1851: 27). Al fine di superare tali scogli, una donna colta deve avere l’accortezza di non esibire tutto il suo bagaglio culturale e l’autrice illustra il caso paradigmatico della celebre scienziata, “Madama D. Hudetot” (Palli, 1851: 28).

Nel riflettere sull’esempio riportato dalla Palli, osserviamo che il rapporto tra i due sessi, per essere efficace ed equilibrato, si deve fondare sulle medesime capacità e prospettive intellettuali e su interessi e bisogni comuni. Oltre all’argomento sull’educazione, la Palli si sofferma sulla posizione femminile in tempi bellici, rimandando giocoforza alla relazione della donna con la politica e con le professioni di giudici e avvocati (Palli, 1851: 29-32).

La Palli conclude il suo ragionamento dichiarando che l’emancipazione e la perfetta uguaglianza della donna con l’uomo potranno trasformarsi solo a condizione che gli uomini facciano proprie le abitudini delle donne, ma una tale situazione non può essere desiderata dalle donne e con un appello finale, che nel contempo prospetta una condizione ideale per la figura femminile, si rivolge a tutte le donne: “Buone e saggie mie leggitrici! Voi tutte, io ne sono sicura, vi unite a me per invocare un ordine di cose, nel quale il figlio primogenito della natura riprenda tutta la sua dignità, prescriva alla donna modeste e dolci virtù, la innalzi a sè senza scendere dal suo loco, e le procuri la gioia ineffabile d’essere figlia, sorella, moglie e madre d’uomini veri” (Palli, 1851: 34-35).

Passando ora al secondo testo della Palli, Racconti, l’autrice ci introduce ad una serie di personaggi femminili – le cui vicende si svolgono alternativamente in Grecia e in Italia – che rispecchiano sia la donna del passato, sottomessa e inerme, sia la donna del futuro, ribelle e protesa verso l’emancipazione.

Il primo racconto, “Alessio ossia Gli ultimi giorni di Psara”, si svolge in Grecia nel 1824. In quel periodo i turchi tentano degli sbarchi nelle isole di Idra, di Spezia e di Psara. Protagonista è Alessio, proprietario e capitano di due battelli, che dopo un’azione di guerra ritorna a Psara, la sua patria, portando con sé una bella prigioniera turca: Amina, proveniente dall’harem di Selim. La giovane s’innamora del suo padrone, a sua volta affascinato dalla diversità che emana la personalità della prigioniera. La figura femminile di Amina si contrappone al personaggio di Evantia: l’amore dell’adolescenza di Alessio, la donna che aveva progettato di maritare. La Palli ci riferisce dei costumi greci con una sensibilità e un acume tali, che solo chi ben conosce le tradizioni greche può fare. Un esempio palese ne è l’importanza della tradizione del kòliva[4] per il defunto. Evantia è presentata come una donna molto bella dal viso dolcissimo e gentile, “[…] l’azzurro dei suoi occhi era più vago che l’azzurro del bel cielo[…]” (Palli, 2007: 11), un personaggio debole che ha sofferto moltissimo e tenta disperatamente di tenere viva la fiamma dell’amore del suo fidanzato. Non possiede alcuna autostima, quel che conta è Alessio e quando si accorge che i sospiri dell’uomo non sono per lei, attacca la giovane turca con viva amarezza: “Straniera, credi tu che lo prenderei?” (Palli, 2007: 13). Dall’altra parte Amina, pur essendo sposata, mostra ad Alessio tutto il suo sentimento incondizionato, anche a costo di rifiutare la sua patria, la sua identità e la sua religione. Il marito Selim le ordinava d’amarlo, ma all’amore, sosteneva, non si comanda. Con l’arrivo di Selim nell’isola di Psara, la giovane forestiera perde la vita nel far da scudo con il suo corpo per proteggere Alessio dalle pallottole di Selim.

Ne “Le memorie di Paolina”, le vicende si svolgono in Italia con protagonista una povera ragazza orfana, Paolina. Gli avvenimenti che caratterizzano la sua vita cominciano dopo l’incontro con Manfredo, uomo ricco dalla bellezza ammaliatrice. Il giorno prima del sacro vincolo del matrimonio, Manfredo rivela a Paolina che dopo le nozze sarà costretto a partire perchè ha accettato la sfida di un forestiero. Paolina è molto preoccupata e il presentimento che sentiva dentro sè, cioè prima sposa e subito dopo vedova, trova conferma: Manfredo non riuscirà a ritornare vivo dal duello.

La figura femminile viene presentata ancora una volta in posizione di netta inferiorità. È un’anima che non reagisce, sempre obbligata a rispettare la volontà dell’uomo, la sua vita dipende dal matrimonio, in altre parole, una sottomissione totale. Manfredo, che prima di andarsene aveva stilato un contratto nuziale per assicurare a Paolina una rendita economica con tutti i suoi diritti, lascia anche una lettera che amplificherà ulteriormente il dolore della povera fanciulla: nella vita di Manfredo esisteva un’altra donna e la giovane comprende di essere stata ingannata. Manfredo spiegava, chiedendo perdono, di aver sposato Clara non per amore, ma perch costretto, e ora la donna si trovava ammalata di frenesia e costretta su una carrozzella. Enrico, uno degli aiutanti di Paolina, per distrarla dal grande dolore e dai cupi pensieri, decide di accompagnarla da una medium tedesca, in quanto informato delle sue capacità di far comunicare i morti con i vivi. La Palli utilizza il personaggio della medium al fine di sottolineare la debolezza profonda della donna tramite la facilità con cui veniva raggirata da pseudo forze mistiche.

Il racconto “Il villaggio incendiato. Memorie di Lambro” si svolge nel 1822 in Grecia. La storia viene raccontata da un ragazzo di nome Lambro, eletto ad accorrere in aiuto agli Epiroti con una schiera di giovani. Dalle parole di Lambro, l’Epiro è “[…]la sacra terra, madre Scanderberg, dei Palicàri, di Parga e di Suli” (Palli, 2007: 41). Dopo una lunga camminata tra i monti della Selleide, mentre la compagine si era fermata a riposarsi, un giovanotto albanese quindicenne, pallido e vestito con una fustanella[5], si avvicina. Il suo nome è Spiros e portava con sé i propri dolori: un villaggio occupato dai turchi e sua madre lì sepolta uccisa dal nemico.

Il giovane propone di diventare la loro guida. Giunti al villaggio, devastato e incendiato, il gruppo si dirige verso la chiesa, l’unico edificio rimasto intatto. Spiros, avendo portato con se un vaso di vino e una tazza, offre loro da bere. Il capitano preferisce essere l’ultimo, sospettando che ci potesse essere un tradimento. In realtà Spiros era Zulme, una donna di origine greca sposa di Bey d’Aulone, il palmiote dell’Albania ucciso in combattimento dai giaurri[6]. Per questo motivo, offrendo il vino, che era avvelenato, uccide l’intera compagine dei greci. La storia finisce con l’accoglienza della donna in un monastero femminile, dove ritrova la fede materna, cioè cristiana. Anche questo racconto è un romanzo storico con elementi attinti dal Romanticismo. I temi principali sono la patria, la fratellanza e soprattutto l’amore. È la seconda volta che la scrittrice presenta una figura femminile che crede in Allah; non una donna insicura, ma una guerriera sempre pronta a cercare vendetta e morire per amore. Questa figura che muore per amore ritorna con frequenza nei racconti della Palli, forse perché l’amore è un sentimento che ci rende più deboli, sentimentali e pertanto simbolo adeguato alla donna e alle sue caratteristiche. L’uomo non lascia al contrario trasparire le sue emozioni, dimostrando un carattere più energico.

Ne I ricordi di Federigo, la trama presenta le tinte fosche tipiche del Romanticismo. Un uomo racconta la sua esperienza, un’esperienza di fiacchezza e di plagio che lo porterà a distruggere la propria esistenza e a perdere irreparabilmente la persona che ama. Federigo è un ragazzo di buona famiglia che cresce insieme alla madre a seguito della morte prematura del padre. La mancanza di un modello maschile in cui identificarsi è per il giovane un perenne e profondo tormento e la sua vita, seppure tranquilla, scorre priva di grandi emozioni, come dice lui stesso, vive “una felicità fondata sull’assenza del dolore;” (Palli, 2007: 53). L’ambiente costruitogli dalla madre è ovattato, dove anche l’istruzione, affidata a noiosi educatori privati, lo soffoca. Cerca allora nuovi stimoli e li trova in una sorta di setta che esige dai suoi adepti che uccidano, con freddezza e determinazione, a riprova del loro coraggio. Federigo accetta, in un secondo momento vuole tornare indietro, ma ormai il gioco si è fatto più grande di lui. La setta non perdona i ripensamenti e con un duplice inganno gli fa uccidere Maria, la donna che ama.

A una prima lettura, questo racconto, avendo un protagonista maschile, sembrerebbe esulare dal nostro tema, in realtà da esso possiamo attingere informazioni preziose da un’altro punto di vista: una madre amata dal figlio nell’infanzia che viene poi considerata, da adulto, inferiore e poco intelligente. La donna, tenera nutrice e dispensatrice di affetto, quando cerca di farsi svelare dal figlio il motivo del suo sconvolgimento interiore, si sente rispondere: “Siete donna e idiota, […] dovete pensare come pensate; per voi la quiete di casa è tutto; vorreste che il mondo fosse popolato da una razza stupida, buona a dir rosarii e nulla più; vi compatisco, ma lasciatemi in pace” (Palli, 2007: 56). Lo stesso comportamento ha con la donna di cui è innamorato, non è altrettanto brusco, ma non la considera una compagna con cui condividere i propri patimenti. Il suo affetto si manifesta solo nel crearle una dote perché, secondo i costumi dell’epoca, una donna priva di dote non aveva alcun valore sociale. Due donne, la madre e la fidanzata, ancora completamente inserite nel loro periodo storico e senza alcuna traccia di emancipazione.

Il racconto, Giulietta ossia la donna tradita”, è una storia del tutto diversa, quasi una trama moderna. Giulietta e Lorenzo sono marito e moglie, il loro matrimonio ha le basi solide dell’amore, non è stato frutto di accordi fra famiglie; né la differenza di regimi patrimoniali aveva rappresentato un ostacolo. Il legame viene consolidato dalla nascita di due figli cui entrambi si dedicano con affetto e orgoglio. Una situazione economica agiata permette loro di coltivare i propri interessi: Giulietta si occupa di giardinaggio, Lorenzo si diletta in lunghe passeggiate in città con il beneplacito della moglie che comprende le sue esigenze di uomo, che in quanto tale, non poteva essere sempre costretto tra le mura domestiche. Nulla pare turbare il ménage familiare e passano così cinque anni caratterizzati da passione e trasporto profondi accompagnati da rispetto e da comprensione reciproci. Ognuno dei due coniugi sa apprezzare nell’altro anche ciò che gli altri non vedono, ognuna delle due anime si completa nell’altra e solo in quella. Improvvisamente però i baci di Lorenzo diventano più distratti, le attenzioni discontinue e quando la moglie impensierita gliene chiede spiegazioni, l’uomo cerca di rassicurarla, ma senza avere il coraggio di guardarla negli occhi. Dalle parole di un’amica, Giulietta scopre della relazione del marito con una donna separata stabilitasi nella città vicina. Decide allora di seguirlo e se ne accerta con i suoi stessi occhi; ritornata a casa, seppur con grande dolore, chiede al marito di lasciarla insieme ai figli e di abbandonarsi alla sua passione. Giulietta non avrebbe potuto accettare di condividerlo con un’altra donna, ma lui pieno di ripensamenti tenta di dissuaderla e di allontanarsi dall’altra. Non ci riesce e anzi progetta di fuggire con l’amante. Determinato in questo proposito, scrive un testamento con il quale lascia alla moglie tutti i suoi beni, togliendole però il più importante: l’amore. Con grande risolutezza, dopo aver pensato al futuro dei figli affidandoli a uno zio materno, Giulietta lo segue, assiste nascosta al tradimento di lui e mette in atto l’inevitabile: lo bacia un’ultima volta, lo uccide e si uccide a sua volta.

Giulietta è una donna diversa, non è disposta a condividere il suo amore. Altre donne dell’epoca avrebbero accettato il compromesso in silenzio, pur di non rinunciare ad una vita agiata e alla condizione sociale acquisita con il matrimonio. Magari avrebbero rivolto le loro attenzioni a un altro uomo. Lei no! Su altre basi ha fondato il suo matrimonio, nient’altro può consolarla. I beni materiali non sono altro che un surrogato di quelli spirituali e dal momento che ha perso Lorenzo sulla terra decide di unire per sempre le loro anime nella morte e nell’ultima immagine i corpi inanimi dei due sono di nuovo uniti nello stesso talamo.

Un epilogo tragico, ma indicativo del fatto che in questa figura ci sono tutti gli elementi di rifiuto dei costumi del tempo e la consapevolezza che una donna non può più essere umiliata. Un gesto estremo di affermazione del proprio io, esagerato sì, ma forse l’unico possibile a quei tempi. La sua emancipazione nasce proprio dalla scelta della morte.

Nel racconto Un episodio dell’insurrezione greca del 1854”, il teatro degli avvenimenti è l’isola di Corfù o Corcira per usare lo stesso lessico dei protagonisti. In un vecchio casinò si sta svolgendo una riunione segreta per organizzare aiuti a favore dell’insurrezione scoppiata nell’Epiro. Sono presenti patrioti giunti da ogni regione della Grecia. Non si può fare a meno di notare tutto l’amore e l’orgoglio patrio che l’autrice mostra per la sua terra d’origine. L’esordio della narrazione sembra piuttosto rimandare a chi abitualmente frequenta i luoghi descritti mentre è noto che la Palli viveva stabilmente in Italia. La vividezza evocativa delle immagini si spiega solo alla luce del suo mai sopito amore per quei luoghi. L’orgoglio patrio lo esprime direttamente mettendo in bocca ai suoi personaggi frasi come “Barca greca, discordi in tempo di bonaccia […] concordi finchè dura la tempesta!” (Palli, 2007: 84) o “tutti liberi o tutti schiavi! […] No tutti liberi o tutti morti” (Palli, 2007: 83) mostrando quel senso di solidarietà che risorge quando si è esposti a un pericolo comune.

I protagonisti del racconto hanno caratteri e sentimenti molto interessanti e meriterebbero un’indagine più approfondita ma, per non allontanarci troppo dal tema centrale della nostra indagine, andiamo ad analizzare le caratteristiche dei due personaggi femminili: Paraschievì e Irene Bucovala. Due donne completamente consacrate al loro uomo. La prima approva tutte le scelte del marito pur senza condividerle e ben consapevole che le procureranno molto dolore. In un debole tentativo di dissuaderlo dal portare con sé il figlio, afferma: “Teodoro è ancora un uccello da nido! Lasci che vi rimanga un altr’anno!”, il marito le risponde: “Lo farei se le tue preghiere non mi avessero ridotto a permettere che il nido fosse contaminato; ora per purificarlo bisogna che padre e figlio lo disertino insieme; restaci lo hai meritato!” (Palli, 2007: 91) Ed è proprio in questo passaggio che emergono la completa sottomissione della donna e l’incontrovertibile autorità del marito che non si ferma neppure davanti alla prospettiva del sicuro fallimento dell’impresa che condurrà entrambi, padre e figlio, alla morte. Anche nel dolore più lacerante, la figura femminile mostra nuovamente la sua indole remissiva: davanti ai feretri del marito e del figlio, quando il prete con la croce simbolo di sacrificio si appresta a compiere i servizi sacri, la donna grida: “No no, sono miei!” alla risposta del sacerdote “Consegnali in terra e ti saranno restituiti in cielo!” abituata a ubbidire, non dà in escandescenze ma si arrende al volere divino con un composto “Sia fatta la tua volonta Signore!” (Palli, 2007: 95).

Irene, al contrario, sembra, in un primo momento, aver fatto una scelta decisamente coraggiosa per la realtà del tempo: si è opposta al volere del padre in nome dell’amore e ha sposato non solo uno straniero, ma uno straniero il cui Stato sostiene il nemico della sua Patria e contro il quale i suoi familiari si battono con tutte le loro forze. L’amore e il matrimonio però, per la realtà del tempo, significano passaggio “da un padrone all’altro”. Dopo il matrimonio, di fatto, l’unico volere che conta per Irene è quello del marito. Lo sostiene ciecamente anche se conscia che dalla realizzazione di quel volere parte della sua famiglia perirà. Né tenta di dissuadere il padre dall’impresa, ma attende inerte lo svolgersi degli eventi. Il risultato non sarà quello da lei voluto e Irene si lascia morire.

Come si può constatare, in queste due donne non esiste ancora alcun proposito innovatore: sono entrambe consacrate alla volontà del marito, soffocando il loro io e il loro volere.

Eleonora è un racconto in cui troviamo principi etici e sociali che hanno influenzato il periodo e la stessa vita della Palli: sia valori precedenti al periodo risorgimentale, sia elementi che anticipano l’emancipazione femminile. E ancora una volta la Palli mostra tutta la sua sensibilità verso l’amata seconda patria: con parole di condanna verso la politica europea che favoriva l’oppressore ottomano, la scrittrice cerca di attirare l’attenzione sul problema della lotta greca per l’indipendenza, facendo dire al protagonista: “Io lasciai Creta imprecando all’Europa incivilita, che non solo si mostra indifferente al destino di un popolo che antepone la libertà a tutti i beni del mondo, ma anche sovviene d’aiuto i suoi feroci tiranni, e soffocando la voce della equità dà loro ragione e chiama ribelli i sollevati” (Palli, 2007: 103).

Andando ora a motivare la prima osservazione, non si può non notare come il racconto sia permeato per intero da valori e ideali tipici del Romanticismo: l’esaltazione del sentimento, la spiritualità e l’emotività che si contrappongono alla ragione: “vorrei inginocchiarmi sul sepolcro di mia madre: in quel sepolcro è chiusa una polvere insensibile, lo so, ma il mio cuore rigetta sdegnoso i bei parlari della Dea Ragione” (Palli, 2007: 104). Ritornano altresì le atmosfere campestri, i cimiteri e le tombe viste come legame tra i viventi e i defunti: “Tu sai che una campagna solitaria mi sembrò sempre un quadro incompiuto senza una chiesuola col suo campanile e il suo cimitero” (Palli, 2007: 108). Non manca infine l’esaltazione del sentimento di patria, vista anche come terra dei padri: “I proprietarii e i coltivatori devono essere i più affezionati alle glebe natìe, perchè gli uni le riguardano come sacro retaggio dei padri loro, gli altri le bagnano del proprio sudore e sanno che il padre, l’avo, il bisavo fecero altrettanto; gli uni e gli altri vi cercano orme dilette, vi trovano le ricordanze della famiglia, e le amano d’un amore che in sè comprende tutti gli altri amori” (Palli, 2007: 106).

Esaminando la storia alla luce della questione della donna, riscontriamo esigenze diverse rispetto alle donne della loro epoca. Protagonista è Lorenzo, macchiatosi del delitto di avere ucciso l’uomo che, durante la sua assenza dovuta a motivi di patriottismo, era riuscito a insidiare la sua fidanzata e a convincerla a sposarlo. Per sfuggire alla condanna, spinto dal suo più caro amico fugge e si rifugia all’estero, dove, seguendo le sue inclinazioni, va in aiuto dei popoli che lottano per la libertà e l’indipendenza dal giogo dello straniero.

Stanco delle mille peripezie, ritorna in Italia, vivendo in incognito tra i monti di un paesino lontano da quello suo di origine. Qui conosce un’altra donna, Luisa, di cui si innamora e per un momento pensa di trovare in lei il porto sicuro dove approdare dopo tante tempeste che hanno sconvolto la sua vita. Le sofferenze non sono però terminate, la donna incontrata è la sorella della tanto amata Eleonora, per la quale aveva distrutto la sua vita. La rivede e allodio si sostituisce l’amore. Non sa cosa fare, sentimenti diversi si alternano; comprende allora che nessun’altra potrà sostituirla, vuole tornare con lei o morire con lei, ma è troppo tardi e assisterà alla sua morte non prima di averle promesso che ne avrebbe sposato la sorella.

Le due donne di questo racconto sono figure diverse dalle loro contemporanee. Eleonora è una donna che non ha mantenuto la sua promessa di fidanzamento perché di fondo Lorenzo non le aveva proposto di seguirla. Esigeva un ruolo più attivo e non aspettarne inoperosa il ritorno. La sua condizione sociale è pari a quella del fidanzato, eppure lei avrebbe preferito non avere niente per verificare se lui l’avrebbe in ogni modo sposata. Anche Luisa, la sorella, seppur di indole più tranquilla, ha caratteristiche singolari. Nella sua prima apparizione la vediamo intenta nella lettura della Divina Commedia, sappiamo però che l’istruzione e la lettura di testi difficili non era il passatempo preferito delle donne di quel periodo. È una donna che con generosità decide di ignorare qualsiasi imperativo sociale e offre sé stessa e il suo patrimonio accettando di vivere con Lorenzo, seppur consapevole che per i suoi problemi con la giustizia non avrebbe potuta sposarla. Quando infine comprende di non avere il suo cuore, rinuncia definitivamente al suo legame.

Due donne diverse, colte e ricche di interessi, che si distaccano profondamente dalla realtà del tempo: la prima, desiderosa di seguire il futuro marito sul campo di battaglia, l’altra, pronta a sovvertire abitudini radicate nella società, come trovare un marito benestante con cui assicurarsi una posizione sociale migliore. Due personaggi, tramite i quali, la Palli non fa altro che esprimere prima di tutto sé stessa. Sappiamo infatti che la scrittrice stessa aveva partecipato attivamente alle azioni rivoluzionarie per l’indipendenza, aveva assistito feriti e sostenuto donne i cui compagni o figli combattevano. Creando questi due caratteri, la Palli evidenzia quelle tracce di rinnovamento che lentamente emergono nella mentalità del tempo, tracce che avrebbero costituito le basi della successiva emancipazione femminile.

Nel racconto intitolato Calliroe”, emerge di nuovo prepotente l’amore della Palli verso la sua patria che strenuamente lotta contro i turchi. L’amore di due giovani originari del Taigeto, Calliroe e Stafanio, trova ostacoli per l’impegno di quest’ultimo nella difesa della patria e della famiglia. Calliroe, al ritorno dell’amato dalla guerra, gli chiede di sposarla prima di ritornare nei campi di battaglia e in gran segreto la coppia si reca in chiesa unendosi in matrimonio. Come afferma la stessa Calliroe, “[…] io sono tua moglie; Morto o vivo verrai a prendermi e saremo felici qui o altrove: ora lasciamoci” (Palli, 2007:155).

Calliroe è una donna sicura di sé stessa; all’arrivo dei turchi infonde coraggio a Stafanio, ma anche alle altre donne. La ragazza dice a suo marito, “[…] se mi vuoi compagna lassù chiudi gli occhi e feriscimi qui […]” (Palli, 2007:157) indicandogli il suo petto. Era una donna forte che preferiva morire per mano del marito anziché arrendersi al nemico. Come dicevano anche le altre donne, “cerchiamo libertà e sepoltura negli abissi del mare […]” (Palli, 2007:157).

Dall’analisi dei Racconti emergono dunque due tipologie di figure femminili: da una parte, donne dipendenti e sottomesse, dall’altra personaggi che vogliono cambiare la propria vita, tentando di rompere superstizioni e pregiudizi che fino a quel momento le rendevano spiritualmente e fisicamente inferiori all’uomo. Donne guerriere che lottano per la patria e altresì per l’uomo cui sono legate; donne che sembrano deboli, ma in realtà non lo sono. Da tanti e troppi anni la donna si considerava mentalmente e fisicamente inferiore all’uomo. Tuttavia, in tutti i periodi storici ci sono state personalità femminili che, con le armi o con la penna, fecero valere i propri diritti. Angelica Palli Bartolommei fu una di loro: sempre pronta ad aiutare e dare sostegno alle due sue patrie, l’Italia e la Grecia. Angelica assorbì in pieno le esigenze dell’epoca e le trasmise tramite le sue opere.

Nelle sue eroine gli elementi del passato si fondono con quelli del futuro, presentando in nuce tracce della futura autonomia femminile. È evidente che in una società essenzialmente conservatrice, in cui la forza fisica riveste un ruolo determinante, la donna non può mostrare appieno la sua intelligenza e la sua forza. Il sesso femminile deve tenere nascoste le proprie virtù e reprimere i propri desideri, ma ciò non toglie che avverta tutti i limiti del suo ruolo sociale e tradizionale e fa di tutto per modificarlo. Sente allora la necessità di essere istruita, seppur mascherando la sua educazione superiore, e nel contempo l’esigenza di combattere per la società e per la libertà, agendo così come le è concesso: nell’assistenza ai patrioti che lottano per la libertà e la patria. I nuovi ruoli non fanno tuttavia venire meno i tradizionali: la funzione di moglie e madre educatrice rimane sempre viva perché solo da una buona madre e da una pregevole compagna si potevano formare uomini validi.

Nei Racconti affiorano personaggi femminili combattuti fra queste molteplici posizioni ed urgenze. Evantia, Paolina, Paraskievì, Irene Bucovala, Zulme e infine la madre e la fidanzata di Federigo, rappresentano la tradizione: fedeli esecutrici della volontà dell’uomo fino all’abnegazione. Delle esigenze ben più moderne animano al contrario Eleonora, Luisa, Calliroe e Giulietta. Luisa è colta ed è disposta a condividere il suo patrimonio con un uomo, ma sappiamo che in quel tipo di società avveniva esattamente l’inverso. Calliroe lotta accanto al suo Stafanio con un coraggio e una determinazione rari per quell’epoca, non esitando a farsi uccidere pur di non cadere nelle mani dello straniero. Giulietta non ambisce solo al patrimonio e in virtù di una mentalità moderna non cede a compromessi. Eleonora, pur promessa sposa di Lorenzo, non accetta che lui non l’abbia scelta come compagna nelle sue lotte per la patria, mentre Luisa lo rifiuterà perché non innamorato di lei.

Sintetizzando e concludendo, si torna a ribadire che per la Palli l’educazione rivestiva un’importanza basilare, era l’unico vero strumento con cui la donna poteva lottare per il miglioramento della sua posizione sociale. La scrittrice accetta la superiorità dell’uomo sul piano della forza fisica, ma non emozionale e spirituale. Il riconoscimento delle potenzialità femminili e dell’efficacia diacronica dell’istruzione fecero della scrittrice italo greca una vera guida nel cammino verso l’emancipazione della donna.

La battaglia della Palli ebbe, nel tempo, una ricaduta anche nella sua altra patria, in terra di Grecia, dove influenzò in modo decisivo la figura più emblematica fra le donne erudite dell’Ottocento in Grecia, Καλλιρρόη Σιγανού Παρρέν [Kalliroi Siganou-Parren], fondatrice del Εφημερίδα των Κυριών [Efimerida ton Kirion] (Giornale delle Signore) – la cui redazione era tutta al femminile – nonché grande personalità del movimento femminista greco.

La Parren possedeva una personalità versatile e un talento multiforme: giornalista, traduttrice, scrittrice di romanzi, di opere teatrali, di volumi di viaggio, di diari, di romanzi a puntate di testi di storiografia. (Ιωαννίδου [Ioannidou], 1999: 69-70).

Il suo romanzo più apprezzato fu Η Χειραφετημένη (L’Emancipata) (1900). Non si trattava di un “romanzo femminile” tout court, permeato cioè dai classici motivi romantici dell’amore, del dolore e del sacrificio per la patria; fu piuttosto un mezzo di espressione dell’ideologia politica di Kalliroi Parren, una promozione indiretta delle sue aspirazioni verso la diffusione graduale della “Nuova Donna”: riformatrice della famiglia e dell’intera società (Ψαρρά [Psarra], 1999:430). Una figura che dava voce anche alle rinnovate esigenze della società dell’epoca che auspicava un modello di madre in grado di trasmettere gli ideali della grecità e del patriottismo alla nuova generazione. La Parren e le sue collaboratrici, tenendo in considerazione le peculiarità del’indole femminile, misero a frutto questa convergenza storico-sociale per sostenere le loro istanze, escogitando una sorta di meccanismo di legalizzazione dell’emancipazione della donna basato sul significato positivo della differenza (Βαρίκα [Varika], 1999:291-293).

Fu dunque Kalliroi Parren, sia sul piano intellettuale che pratico, a guidare la prima “rivoluzione” al femminile in Grecia e la sua “musa” ispiratrice, come si diceva, fu Angelica Palli Bartolommei.

La Parren, sebbene posteriore alla Palli, ne conosceva perfettamente la personalità, l’opera e l’indefesso contributo alla Rivoluzione greca. Prova di tale asserzione ne è la pubblicazione di ben cinque numeri del Εφημερίδα των Κυριών destinati alla grande “greco italiana”. Si ricorda che questi articoli furono in seguito raccolti in un capitolo del volume Ιστορία της γυναικός. Σύγχρονοι Ελληνίδες 1530-1896 (Storia della Donna. Greche contemporanee, 1530- 1896) di Parren.

Nel 1939, Θεοδωροπούλου-Λιβαδά [Theodoropoulou-Livada] fu autrice di uno studio illuminante su Angelica Palli, la cui dedica è rivolta “alla grande donna greca Kalliroi Parren”. La Livada, oltre a citare i lavori della Parren sulla figura della Palli, ci informa che tra le donne greche più illustri della storia la cretese la citava per “la sua anima ‘tanto greca” (Θεοδωροπούλου-Λιβαδά, 1939:174). A seguito della pubblicazione dello scritto della Θεοδωροπούλου, Κλέων Παράσχος [Kleon Parashos], scrittore dell’epoca, curò una critica riguardo il lavoro della Palli apparso nella rivista letteraria Νέα Εστία [Nea Estia] (Παράσχος, [Parashos] 1940: 189-190).

La Palli fu dunque per la Parren una sorta di mentore: due donne, due paesi, ma un’unica voce.

Bibliografia

Palli Bartolommei A., Discorsi di una donna alle giovini maritate del suo paese, Torino, Cugini Pomba e Comp. Editori, 1851, pp. 11,16-18, 19, 21, 23, 27, 28, 29, 30, 32, 35.

—., Racconti, Firenze, Le Monnier, 1876 (1a Edizione Elettronica 3 marzo 2007), pp. 11, 13, 41, 53, 56, 83, 84, 91, 95, 103, 104, 106, 108, 155, 157.

Θεοδωροπούλου-Λιβαδά Β., Αγγελική ΠάλληΒαρθολομαίη και το έργο της, Αθήνα, 1939, σ. 21, 133.

Rossi G. I salotti di Angelica Palli Bartolomei-Ambienti e personaggi del periodo risorgimentale livornese, Tratto da http://www.comune.livorno.it/_cn_online/index.php?id=437&lang=it (18.01.2014).

Luti, G., La presenza femminile nei salotti letterari in Toscana tra 800 e 900, http://chroniquesitaliennes.univ-paris3.fr/PDF/39-40/Luti.pdf, consultato 30/11/2013.

Mori, M., Salotti: La sociabilità delle élite nell’Italia dell’Ottocento, Roma, Carocci, 2000.

Musiani, E., Circoli e salotti femminili nell’Ottocento. Le donne bolognesi tra politica e sociabilità, Bolgna, CLUEB, 2003.

Sarogni, E., La donna italiana: 1861-2000 il lungo cammino verso i diritti, Parma, Pratiche Editrice, 1995.

Christine Fauré, Political and Historical Encyclopaedia of Women, New York and London, Routledge, (July 29, 2003).

Ιωαννίδου, Μ., «Εισαγωγή», στο Παρρέν, Κ., Η Χειραφετημένη, Αθήνα, Ίδρυμα Κώστα και Ελένης Ουράνη, 1999, σ. 11-80.

Παρρέν, Κ., Η Χειραφετημένη, Αθήνα, Ίδρυμα Κώστα και Ελένης Ουράνη, 1999.

Βαρίκα, Ε., Η εξέγερση των κυριών. Η γένεση μιας φεμινιστικής συνείδησης στην Ελλάδα 1833-1907, Αθήνα, Κατάρτι, 1996.

Παράσχος, Κ., «Βαρβάρας Θεοδωροπούλου Λιβαδά: Αγγελική Πάλλη Βαρθολομαίη και το Έργο της», Νέα Εστία, 27, 315(Φεβρ. 1940), σ. 189-190.

Ψαρρά, Α., «Το μυθιστόρημα της χειραφέτησης ή η ″συνετή″ ουτοπία της Καλλιρρόης Παρέν», στο Παρρέν, Κ., Η Χειραφετημένη, Νέα Ερυθραία Αττικής, Εκάτη, 1999, σ. 407-486.


[1] Rossi G. I salotti di Angelica Palli Bartolomei-Ambienti e personaggi del periodo risorgimentale livornese. Tratto da http://www.comune.livorno.it/_cn_online/index.php?id=437&lang=it (18.01.2014).

[2]Rizos Neroulos (1778-1850) fu intellettuale e politico greco.

[3]Fourier Charles (Besançon, 7 aprile 1772-Parigi, 10 ottobre 1837) è stato un filosofo francese. Il suo pensiero si influenzò dall’Illuminismo e in particolare da Jean-Jacques Rousseau, soprattutto per quanto riguarda la parità tra uomo e donna.

[4] Kòliva: grano bollito con uva passa, mandorle e noci.

[5]Sopravveste maschile pieghettata, simile a una corta sottana, che copre dalla cintura al ginocchio, tipica di costumi e uniformi greci e albanesi.

[6]Per i Turchi ottomani, non musulmani, infedeli, cristiani.